3, 2009
 
Wunderkammer    
 


Jorge Luis Borges

Una dedica a Maria Kodama

a cura di Ana Marlene Albom



inscripción
De la serie de hechos inexplicables que son el universo o el tiempo, la dedicatoria de un libro no es, por cierto, el menos arcano. Se la define como un don, un regalo. Salvo en el caso de la indiferente moneda que la caridad cristiana deja caer en la palma del pobre, todo regalo verdadero es recíproco. El que da no se priva de lo que da. Dar y recibir son lo mismo.
Como todos los actos del universo, la dedicatoria de un libro es un acto mágico. También cabría definirla como el modo más grato y más sensible de pronunciar un nombre. Yo pronuncio ahora su nombre, María Kodama. Cuántas mañanas, cuántos mares, cuántos jardines del Oriente y del Occidente, cuánto Virgilio.
J. L. B.
Buenos Aires, 17 de mayo de 1981.1
 
 
dedica
Nella serie dei fatti inesplicabili che formano l'universo o il tempo, la dedica di un libro non è, certamente, il meno misterioso. La definiamo un dono, un regalo. Salvo il caso della indifferente moneta che la carità cristiana lascia cadere nella mano del povero, ogni vero regalo è reciproco. Colui che dà non si priva di ciò che dà. Dare e ricevere sono la stessa cosa.
Come tutti gli accadimenti dell'universo, la dedica di un libro è un gesto magico. La si potrebbe anche definire il modo più gradevole e sensibile di pronunciare un nome. Io pronuncio ora il suo nome: Maria Kodama. Quante mattine, quanti mari, quanti giardini dell'Oriente e dell'Occidente, quanto Virgilio.
J. L. B.
Buenos Aires, 17 maggio 1981.2




Nota

A partire dagli anni Settanta Jorge Luis Borges comincia a viaggiare per il mondo dopo essersi liberato dagli impegni letterari che lo tenevano legato alla sua città natale, Buenos Aires. Ormai anziano e cieco, dopo la morte dell'amatissima madre Leonor decide di lasciare l'Argentina e di passare gli ultimi anni della sua vita in compagnia di Maria Kodama. La giovane donna è dapprima studentessa del grande scrittore; poi il rapporto intellettuale diventa un rapporto sempre più stretto fino a trasformarsi in un vero e proprio rapporto affettivo.3 È Kodama, compagna indispensabile per l'autore ormai cieco, la persona a cui Borges rivolge costantemente le sue dediche negli ultimi anni di vita. Il loro speciale rapporto di simbiosi, sempre più pronunciata attraverso gli anni, si esterna in particolare in quattro dediche. Il percorso di questi omaggi cartacei comincia nel 1977 con Historia de la noche, prosegue con la pubblicazione nel 1981 della raccolta di versi La cifra, continua con Atlas del 1984 e termina l'anno seguente con l'ultima pubblicazione in vita dello scrittore, Los conjurados, del 1985.4 Questa breve nota si concentra principalmente sull'analisi della dedica del 1981, che sarà tuttavia imprescindibile mettere in rapporto con le altre tre dediche − una precedente e due successive − in modo da rilevare alcuni motivi che caratterizzano la maniera borgesiana di rendere omaggio.

La dedica de La cifra è scandita in due capoversi, ognuno dei quali è semanticamente ben definito. Nel primo Borges definisce esplicitamente la dedica, anzi l'atto stesso del dedicare. La peculiarità di questa definizione sta nella voluta rinuncia a qualunque espressione di soggettività da parte dell'autore, che si avvale infatti del 'si' impersonale («se la define») per attribuire al suo punto di vista, in realtà personalissimo, un valore assoluto. Superando ogni prospettiva soggettiva, l'autore decide di fornire una definizione in termini universali, come se la dedica possedesse una valenza ontologica in sé indiscutibile: la dedica ha una realtà propria e la sua esistenza si attua nell'universo dove permane incondizionatamente. Se nel primo capoverso la definizione ruota intorno all'universo e al tempo, 'fatti' in sé inesplicabili, nel secondo capoverso si prendono in considerazione gli atti magici dell'universo stesso. Se nel primo caso la dedica è presentata come oggetto («un don, un regalo»), nel secondo se ne introducono modalità e funzioni. La corrispondenza tra fatti-atti e oggetto-funzione si rinsalda nella dimensione 'arcana' del primo capoverso e nella dimensione 'magica' del secondo: universo e magia sono i termini rispetto ai quali la dedica di Borges prende forma.

Il fatto di contestualizzare la dedica tra i «fatti» e gli «atti» dell'universo le attribuisce solennità e le garantisce una funzione illimitata nel tempo. È da notare che l'universalità in cui Borges inserisce la dedica è accompagnata, nel primo capoverso, da aggettivi che ne sottolineano il significato astratto e misterioso: «inexplicable» e «arcano», accrescendone al contempo inafferrabilità e assolutezza.

Riguardo al significato di magia, Ramona Lagos ricorda che «el esfuerzo por conseguir y mantener la singularidad expresiva es identificado por Borges con el trabajo de un mago. [...] la magia es entendida como el nivel laborioso, angustioso, tenaz, por otorgar forma a la dimension intangibile de la emocionalidad».5 Il paragone tra la tecnica espressiva e il lavoro di un mago che riesce a concretizzare la dimensione astratta dell'emotività attraverso la parola, si ritrova nello stesso Borges, che, come sottolinea la Lagos, concludendo la raccolta Historia de la noche afferma: «un volumen de versos no es otra cosa que una sucesión de ejercisios mágicos».6

Nel secondo capoverso della Inscripción si delinea il passaggio dal discorso universale al momento in cui l'autore considera il proprio, personale atto di dedicare un libro. Borges specifica che oltre a considerare la dedica-dono di un libro come un atto magico − dato che la combinazione di versi corrisponde a un esercizio di magia − la dedica può essere il «modo più gradevole e sensibile» in cui pronunciare un nome. È qui necessario soffermarsi attentamente sul verbo usato dall'autore, «pronunciar». Un verbo che implica la produzione sonora della voce, precisamente di quella voce che vuole mostrare gratitudine e svelare la propria sensibilità al dedicatario. L'enunciazione del nome della dedicataria, Maria Kodama, esaurisce nel mero atto illocutivo del «pronunciar» l'atto magico che secondo l'autore è insito nella dedica e nelle parole che la realizzano.

Per ben comprendere il valore simbolico dell'evocazione sonora del dedicatario non va dimenticata la condizione di cecità del dedicante. Borges è vincolato dalla sua deficienza visiva a dettare i suoi ultimi lavori alla compagna Maria Kodama. La produzione di Borges è così strettamente connessa al lavoro della giovane, la cui funzione di scriba si rivela fondamentale per la concretizzazione dell'impulso poetico. Il binomio mente-mani evoca un piccolo e toccante scenario, che vede protagonisti Borges e Kodama intenti l'uno a dedicare verbalmente il proprio libro, l'altra ad accogliere il dono di versi che si concretizzerà solamente quando la dedicataria stessa l'avrà reso immortale attraverso l'esercizio di scrittura affidato alle sue mani. Nell'atto stesso di dettare la dedica destinata a Kodama, Borges offre un dono effimero, poiché sonoro, di versi a colei che li accoglie essendone la dedicataria e al contempo la trascrittrice, dunque a colei che ne rende possibile ai posteri la lettura. Si profila un gioco di ruoli complementari particolarmente intricato che riflette assai bene l'ingegno dell'autore.

Nella poetica di Borges intercorre un complesso rapporto tra universo e libri, o meglio ancora, tra universo e biblio-teca. Nell'incipit de La Biblioteca di Babele, forse il più noto dei racconti di Ficciones, si legge: «El universo (que otros llaman Biblioteca) se compone de un número indefinito, y tal vez infinito, de galerías hexagonales». E più sotto: «como todos los hombres de la Biblioteca, he viajado en mi juventud; he peregrinado en busca de un libro, [...]; ahora que mis ojos casi no pueden descifrar lo que escribo».7 L'universo di Borges è come una biblioteca infinita perché composta da un numero non quantificabile di libri. Come uomo di biblioteca,8 uomo dell'universo, l'autore ha percorso un lungo cammino alla ricerca di un libro che a causa della sua cecità, ormai non potrà più vedere. Questo sguardo retrospettivo rivela come a distanza di quasi quaranta anni Borges ritorni su temi che gli sono ancora cari. Al binomio universo-libri si affianca il paradosso che caratterizza la sua vita di scrittore-lettore cieco. Egli vive in una biblioteca-universo che non è mai illuminata: «Dios, que con magnífica ironía / me dio a la vez los libros y la noche».9

L'enumerazione che conclude il secondo capoverso può essere in prima istanza intesa come semplice sintesi biografica dei tanti anni trascorsi viaggiando in compagnia di Kodama. I ricordi di questi viaggi verranno successivamente raccolti in Atlas. Nel prologo dell'opera Borges afferma: «María Kodama y yo hemos compartido con alegria y con asombro el hallazgo de sonidos, de idiomas, de crepuscolos, de ciudades, de jardines y de personas, siempre distintas y unicas. Estas paginas querrian ser monumentos de esa larga aventura que prosigue».10 Anche in questo caso ci troviamo di fronte all'enumerazione di alcuni aspetti dell'esperienza comune di Borges e Kodama. Tuttavia, guardando più attentamente all'opera di Borges si vede − e ciò non stupisce − come alcuni riferimenti ricorrano insistentemente anche nelle dediche a Kodama, a simboleggiare concetti più ampi che oltrepassano il significato letterale delle parole. L'esempio più significativo è quello del mare. La vastità immensa che suole metaforicamente connotare l'infinto ritorna molto insistentemente nell'opera borgesiana. Sarebbe estremamente lungo ripercorrere tutti i luoghi in cui la parola compare. Ci limiteremo dunque ad osservare alcuni casi particolarmente significativi per la comprensione del simbolo 'mare' nella dedica di cui ci stiamo occupando.

Il mare viene evocato in alcune raccolte precedenti La cifra, come per esempio El otro, el mismo del 1964. Si tratta in particolare di due poesie: El mar e Otro poema de los dones. Nella prima poesia, che è tutta incentrata sul mistero del mare, l'autore scrive: «el mar, el siempre mar, ya estaba y era. / [...]. / Quien lo mira lo ve por vez primera, / siempre».11 L'avverbio temporale «siempre» viene qui ripetuto due volte. Tuttavia nel primo caso esso assume una funzione aggettivale che attribuisce al mare caratteristiche di infinità e permanenza. Nella seconda poesia l'autore esprime la sua gratitudine per i diversi aspetti dell'esperienza; tra questi anche il mare, «el mar, que es un desierto resplandeciente / y una cifra de cosas que no sabemos».12 In questo caso il mare viene associato al mistero di tutto quel sapere che non è accessibile all'uomo, e si presenta come segno da interpretare. Emergono nuovamente la dimensione dell'infinito e quella dell'ignoto, che nella Inscripción de La cifra entrano in stretto collegamento con l'aspetto magico e universale che Borges attribuisce all'atto stesso del dedicare. Successivamente, il mare riappare in un luogo strategico per l'autore, ovvero nel prologo de La rosa profunda del 1975, in una similitudine molto significativa: «Dos deberes tendría todo verso: comunicar un hecho preciso y tocarnos físicamente, como la cercanía del mar. He aqui un ejemplo de Virgilio: Tendebanque manus ripae ulterioris amore».13 Si condensano ed intrecciano qui concetti che sono presenti anche nella dedica da cui siamo partiti, ossia l'idea che la poesia abbia due compiti: comunicare un fatto preciso e toccarci nei termini di un'esperienza fisica, come la vicinanza al mare. È da osservare che l'associazione che vede il verso poetico all'origine di effetti emotivi vale anche per la parola in genere. Borges le riconosce infatti un valore magico più volte associato alla musicalità del linguaggio, «el tema de la música de las palabras (o quizá la magia de las palabras), del sentido y el sonido en la poesía».14 Il verso poetico di Borges è un verso che commuove e in cui la sonorità di ciascuna parola è magia musicale. Il connubio tra magia ed emozione, espresso ricorrendo alla similitudine con il mare, è esplicitata già nella prima raccolta poetica di Borges, Fervor de Buenos Aires. In una delle poesie lì presentate, Despedida, si legge: «y el mar será una magia entre nosotros».15 Il contenuto di questo verso riflette limpidamente il rapporto tra mare e magia. Il verso è composto di singole parole il cui significato e la cui sonorità suscitano emozione.

Nella Inscripción de La cifra, Borges coniuga in prima persona il verbo «pronunciar» per onorare il nome di Maria Kodama. L'azione che questa parola-verbo denota si risolve nell'atto stesso della sua realizzazione sonora. Nella sua dimensione sonora il verbo svolge inoltre una duplice funzione, dal momento che preannuncia l'atto di dedica e trasmette al tempo stesso l'emozione legata al dono, con l'intento di toccare nel profondo la dedicataria, nell'istante in cui la dedica si realizza.

Il mare che ha la facoltà di commuovere è un mare che Borges non può più vedere, ma che ha visto. È un mare che egli percepisce ora attraverso il suono delle onde ed il contatto fisico con l'acqua marina. Sono qui coinvolte esperienze sensibili fondamentali per l'autore: il suono ed il tatto. È chiaro, inoltre, che il mare a cui Borges fa riferimento non è un'immagine mentale astratta, bensì un'esperienza diretta evocata da esperienze tattili e sonore. Solo la vicinanza, il fatto di essere a una distanza tale da poter percepire il suono delle onde o sentire addirittura l'acqua sul proprio corpo, ha un effetto emotivo su chi vive questa esperienza.16

Dalla simbologia legata al mare passiamo ora a Virgilio, menzionato per ultimo nell'esteso elenco che chiude l'Inscripción de La cifra. Non ci allontaneremo in realtà di molto dal motivo analizzato finora. Torniamo al prologo della Rosa profunda. In quell'occasione Borges sceglieva di citare Virgilio, e, in particolare, il sesto libro dell'Eneide (VI, 314), in cui si narra di Enea che scende nel mondo dei morti traghettato da Caronte a cui si rivolgono le anime sulle rive del fiume Stige: sono loro «le mani tese nel desiderio della riva di fronte».17 Questo per dire che il verso di Virgilio adempie alla duplice funzione di ogni verso, ovvero esprimere un fatto preciso e coinvolgere quasi fisicamente. Non è un caso che nel verso dell'Eneide scelto da Borges ci si riferisca a «mani» e «amore», che conducono inevitabilmente a giustificare un coinvolgimento fisico, palpabile e concreto, come se il sentimento fosse dotato di mani che toccano l'uomo, qui catturato dal verso. E non è ancora un caso che l'opera di Borges si realizzi nella complementarietà tra la sua mente e le mani di Kodama che ne sono strumento. Come se questi due aspetti, di emozione astratta e di palpabilità concreta si fondessero in un unico elemento quale il libro, «un volumen de versos».

Gli accostamenti tra universo e magia, tra l'effimero del suono e la concretezza del verso, ed il significato simbolico del mare, che oltre ad assumere una dimensione infinita, è dotato di effetti capaci di commuovere, sono i principali poli intorno a cui ruota la costruzione della dedica de La cifra. Sulla base di queste considerazioni possiamo ora considerare le altre dediche destinate a Maria Kodama. Proseguiamo in ordine cronologico e consideriamo la dedica che apre l'Atlas. Nel prologo Borges dichiara: «María Kodama y yo hemos compartido con alegría y con asombro el hallazgo de sonidos, de idiomas, de crepúscolos, de ciudades, de jardines y de personas, siempre distintas y únicas. Estas páginas querrían ser monumentos de esa larga aventura que prosigue».18 Ancora una volta Borges procede enunciando una serie di parole che hanno un valore simbolico ed affettivo comune a lui e alla sua compagna. Il fatto che questo sia scritto nel prologo e non in una Inscripciòn, come invece accade ne La cifra, si può spiegare con l'introduzione di informazioni aggiunte inerenti al contenuto della raccolta, come l'affermazione che la raccolta mira ad essere «monumento» di un'avventura che non è ancora conclusa.

L'ultima dedica borgesiana di cui ci occupiamo è quella che apre la raccolta poetica Los conjurados. In quest'ultima occasione, a poco meno di un anno dalla morte, Borges dichiara ancora una volta in una Inscripción: «Escribir un poema es ensayar una magia menor. El instrumento de esa magia, el lenguaje, es asaz misterioso. Nada sabemos de su origen. [...] De usted es este libro, María Kodama. Será preciso que le diga que esta inscripción comprende los crepúscolos, los ciervos de Nara, la noche que està sola y las populosas mañanas, las islas compartidas, los mares, los desiertos y los jardines, lo que pierde el olvido y lo que la memoria transforma, la alta voz del muecín, la muerte de Hawkwood, los libros y las láminas? Sólo podemos dar lo que ya hemos dado. Sólo podemos dar lo que ya es del otro. En este libro están las cosas que siempre fueron suyas. Qué misterio es una dedicatoria, una entrega de símbolos!».19 Con questa dichiarazione si raggiunge il culmine di una devozione che si è intensificata di volta in volta. Assistiamo ad un climax ascendente in cui l'autore riconferma i valori che lo uniscono alla dedicataria. Il linguaggio poetico è magia che si concretizza in modo esplicito nell'atto di dedica-omaggio del libro. Segue, come ne La cifra, l'elenco di tutto ciò che rende singolare la vita di Borges e Kodama. La serie delle situazioni, dei momenti, degli atti evoca e insieme simboleggia la loro vita coniugale intorno a costanti come «las mañanas», «los mares», «los jardines».

Nella chiusa l'autore riprende una formula assai simile a quella della dedica del 1981: «El que da no se priva de lo que da. Dar y recibir son lo mismo». Nel 1985 questa stessa idea viene riformulata, per l'ultima volta, in: «sólo podemos dar lo que ya hemos dado. Sólo podemos dar lo que ya es del otro». Si ribadisce in tal senso il rapporto totalmente simbiotico tra dedicante e dedicatario in generale, tra Borges e Kodama nella fattispecie. Dare equivale a ricevere poiché possiamo dare solo ciò che già appartiene all'altra persona. Ed in questo labirinto, «ruinas circulares»20 di elaborazioni magiche che la parola di Borges ci offre, non possiamo non rimanere intrappolati nella Biblioteca notturna 'ironicamente' concessa al poeta dal suo Dio, e nei suoi versi che hanno adempiuto al loro «grato» e «sensible» compito di commuoverci fisicamente «como la cercanía del mar».

A. M. A.




Note

1 J. L. Borges, La cifra, Buenos Aires, Emecé, 1981, ora anche in Id., Obras Completas, Buenos Aires, Emecé, 2005, vol. iii, pp. 315-71, in particolare p. 317 (a questa edizione faranno riferimento tutte le citazioni dai testi di Borges).torna su
2 J. L. Borges, Opere complete, a cura di D. Porzio, Milano, Mondadori, 2009, vol. ii, p. 1147.torna su
3 Cfr. J. Woodall, La vida de Jorge Luis Borges - El hombre en el espejo del libro, trad. de A. L. Bixio, Barcelona, Gedisa, 1999, pp. 335-58.torna su
4 J. L. Borges, Historia de la noche, Buenos Aires, Emecé, 1977, ora in Id., Obras Completas cit., vol. iii, pp. 179-223; Id., Atlas, Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 1984, ora in Id., Obras Completas cit., vol. iii, pp. 439-90; Id., Los conjurados, Buenos Aires, Emecé, 1985, ora in Id., Obras Completas cit., vol. iii, pp. 491-543.torna su
5 R. Lagos, Jorge Luis Borges 1923-1980, Barcelona, Edicions del Mall, 1986, p. 173 («lo sforzo per ottenere e mantenere la singolarità espressiva viene identificato da Borges con il lavoro di un mago. [...] la magia viene intesa come il livello faticoso, angoscioso, tenace per dare forma alla dimensione intangibile dell'emotività», traduzione mia).torna su
6 Borges, Historia de la noche cit., vol. iii, p. 222, cfr. Lagos, Jorge Luis Borges cit., p. 173. («un volume in versi non è altro che una successione di esercizi magici», Id., Storia della notte, trad. it. a cura di D. Porzio e H. Lyria, in Id., Opere Complete, a cura di D. Porzio, Milano, Mondadori, 2009, vol. ii, p. 1113).torna su
7 J. L. Borges, Ficciones, Buenos Aires, Sur, 1944, ora in Id., Obras Completas cit., vol. i, p. 499 («L'Universo (che altri chiama La Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali» e «Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventù io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, [...]; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo», Id., Finzioni, trad. it. a cura di F. Lucentini, Torino, Einaudi, 1999, pp. 69-70).torna su
8 Borges fu uomo di biblioteca anche in senso letterale in quanto direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires dal 1955 al 1973.torna su
9 J. L. Borges, Poemas de los dones, in Id., El Hacedor, Buenos Aires, Emecé, 1960, ora in Id., Obras Completas cit., vol. ii, p. 198.torna su
10 Borges, Atlas cit., p. 441 («Maria Kodama ed io abbiamo condiviso con allegria e con stupore la scoperta di suoni, di idiomi, di crepuscoli, di città, di giardini e di persone sempre diverse ed uniche. Queste pagine vogliono testimoniare tale lunga avventura che prosegue», Id., Atlante, trad. it. a cura di D. Porzio e H. Lyria, in Id., Opere Complete, a cura di D. Porzio, Milano, Mondadori, 2009, vol. ii, p. 1313).torna su
11 J. L. Borges, El otro, el mismo, Buenos Aires, Emecé, 1964, ora in Id., Obras Completas cit., vol. ii, pp. 343 e 335 («il mare, il sempre mare, era lì, eterno. / [...] / Lo si guarda ogni volta per la prima / volta», Id., L'altro, lo stesso, trad it. a cura di F. Tentori Montalto in Id., Opere complete, a cura di D. Porzio, Milano, Mondadori, 2009, vol. ii, p. 191).torna su
12 «Il mare, che è un deserto splendente / e un simbolo di cose che ignoriamo», ivi, p. 177.torna su
13 J. L. Borges, La rosa profunda, Buenos Aires, Emecé, 1975, ora in Id., Obras Completas cit., vol. iii, p. 87 («Due doveri avrebbe ogni verso: comunicare un fatto preciso e toccarci fisicamente come la vicinanza al mare. Ecco un esempio da Virgilio: Tendebantque manus ripae ulterioris amore», Id., La rosa profonda, trad it. a cura di D. Porzio e H. Lyria, in Id., Opere Complete, a cura di D. Porzio, Milano, Mondadori, 2009, vol. ii, p. 661).torna su
14 J. L. Borges, La música de las palabras y la traducción, ora in Id., Arte poética. Seis conferencias, Barcelona, Biblioteca del bolsillo, 2005, p. 75. Il testo originale delle sei conferenze si legge in Id., This craft of verse, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 2000 («il tema della musica delle parole (o la magia delle parole), del senso e del suono nella poesia», traduzione mia).torna su
15 J. L. Borges, Fervor de Buenos Aires, Buenos Aires, Emecé, 1923, ora in Id., Obras Completas cit., vol. i, p. 56.torna su
16 A riprova di quanto detto si può citare un articolo dello stesso Borges, pubblicato sulla rivista argentina Sur, per la quale lavorò tra gli anni Trenta e Ottanta. Discorrendo della musicalità di Chesterton, Borges afferma: «su música, su felicidad, su mitología, son admirables. Es una página que conmueve físicamente, como la cercanía del mar». Ci troviamo nuovamente di fronte alla similitudine che vede la vicinanza al mare associata a un'emozione quasi fisica. E soprattutto ci troviamo nuovamente a dover considerare l'estrema rilevanza che ha in questa affermazione l'aspetto sonoro. L'articolo, intitolato Modos de G. K. Chesterton, è di un Borges ancora giovane e data 1936, già quarant'anni prima dei testi qui presentati. Cfr. J. L. Borges, Borges en Sur 1931-1980, Buenos Aires, Emecé Editores, 1999, pp. 18-23.torna su
17 Trad. it. a cura di C. Vivaldi in Eneide, Milano, Garzanti, 1990, p. 267. Il verso di Virgilio suona così: «Tendebantque manus ripae ulterioris amore». Borges riporta lo stesso verso con un errore nel verbo «tendebanque».torna su
18 Borges, Atlas cit., p. 441.torna su
19 Borges, Los conjurados cit., p. 493 («scrivere una prosa poetica è praticare una magia minore. Lo strumento di quella magia, il linguaggio, è assai misterioso. Non sappiamo niente delle sue origini. [...] Questo libro è Suo, Maria Kodama. Sarà necessario che Le dica che questa dedica include i crepuscoli, i cervi di Nara, la notte che è sola e le popolose mattine, le isole condivise, i mari, i deserti e i giardini, quello che la dimenticanza perde e quello che la memoria trasforma, la voce alta del muezzin, la morte di Hawkwook, i libri e le immagini? Solo possiamo dare ciò che già abbiamo dato. Solo possiamo dare ciò che già appartiene all'altra persona. In questo libro ci sono le cose che sono sempre state Sue. Che mistero è una dedica, una consegna di simboli», traduzione mia).torna su
20 Ruinas circulares è il titolo del terzo racconto di Ficciones.torna su