12, 2018
 
Saggi    
 
Abstract

Marta Baiardi

Le tavole del ricordo.
Shoah e guerre nelle lapidi ebraiche a Firenze e dintorni
Parte II
Guerre mondiali, persecuzioni e Shoah:
la presenza ebraica nelle epigrafi fiorentine



1. La parabola ascendente della Shoah nello spazio pubblico
Solo in tempi relativamente recenti, a partire dagli anni Ottanta, è maturata in ambito transnazionale l’idea che la Shoah sovvertendo gli «elementi fondanti della cultura occidentale» abbia rappresentato «una frattura di civiltà»,1 «specchio ed espressione parossistica»2 della crisi europea della prima metà del secolo scorso. Questa consapevolezza si è sviluppata tardivamente, di conseguenza anche la memoria e la storia dello sterminio solo con lentezza hanno potuto pienamente emergere nello spazio pubblico.3 Il genocidio a lungo è stato interpretato come una degenerazione inaspettata, una regressione dell’Occidente piuttosto che «uno dei suoi prodotti possibili».4 Nei decenni più recenti invece, da evento che riguardava sostanzialmente solo le sue vittime (mescolate alle molte altre della seconda guerra mondiale), l’ebreicidio è andato configurandosi come oggi noi lo pensiamo: una «violazione di tutto ciò che porta un volto umano».5
La strada di questa presa di coscienza è stata lunga e non senza contraddizioni anche nel nostro paese dove prevalsero il silenzio o «un cordoglio lacrimoso»,6 proprio mentre con ostinata determinazione i reduci da Auschwitz nel dopoguerra non rinunciavano ad associarsi, scrivere, testimoniare supplendo con tenacia istituzioni, storici e politici, tutti straordinariamente sordi alla comprensione dell’esperienza del lager e alle sue conseguenze.7 Solo pochi intellettuali, anche distanti fra loro come il prete modernista Ernesto Buonaiuti e il filosofo liberale Benedetto Croce, «con un’attenzione che poi non si riscontrerà più per molti anni»,8 discussero apertamente delle sorti dell’ebraismo italiano, Croce soprattutto riproponendo pur «con spietatezza e intempestività»9 come unica strada per la minoranza, non la separatezza, ma l’istanza liberale antiparticolaristica dell’assimilazione, «nel segno dell’unica e comune umanità e civiltà».10 Ma queste discussioni furono solo episodiche. Nel discorso pubblico l’«enfatizzazione» della Resistenza finì «per coprire tutti gli spazi della memoria»,11 e anche la differenza fra genocidio e deportazione “politica” non veniva percepita. Si impose − non solo in Italia − «una concezione unitaria dei crimini nazisti»12 per cui i lutti ebraici rimasero sottovalutati e indistinti, circoscritti nel privato di famiglie e comunità. A segnare una svolta decisiva nella sensibilità collettiva, in Italia come altrove, fu nel 1961 il processo Eichmann: «una lezione di storia»13 sullo sterminio antiebraico impartita al mondo intero. A quel punto il genocidio si avviò verso un cambio di statuto culturale, assumendo una propria fisionomia e un rilievo crescente. Il processo di Gerusalemme non determinò soltanto l’ascesa della figura del testimone-vittima nello spazio pubblico, ma contribuì «alla costituzione del genocidio degli ebrei come specifico soggetto di indagine storiografica»,14 in grado di modificare «in profondità la conoscenza e la consapevolezza della storia europea, della seconda Guerra mondiale e dei suoi esiti, delle tematiche relative alla giustizia, ai diritti, alla memoria».15 Questo processo non lineare ma transnazionale − segnato in Italia dal declino del paradigma antifascista − ha portato la Shoah a insediarsi oggi «saldamente al centro della memoria collettiva e delle nostre rappresentazioni della storia del Novecento», acquisendo contemporaneamente una «visibilità accecante e una comprensione vacillante».16 Malgrado i progressi indubbi della storiografia a livello mondiale, nel discorso pubblico, nei media e in ambito educativo i rischi di banalizzazione o di sacralizzazione sono sempre in agguato.17 A questa trasformazione non sono rimaste estranee le istituzioni, che con molte ambiguità hanno varato nel tempo nella UE e negli USA specifiche politiche della memoria, musei, giornate celebrative, progetti educativi internazionali.18 In Italia le cose sono cambiate verso la fine degli anni Ottanta: nel 1986 in concomitanza con le apprensioni suscitate dal «laido conato dei revisionisti»,19 Primo Levi diede alle stampe I sommersi e i salvati focalizzando lo sterminio in tutta la sua complessità e riaprendo molte questioni. Ma il vero momento della svolta, «un’autentica inversione di tendenza»,20 è considerato ormai unanimemente il 1988, il cinquantenario delle leggi antisemite fasciste,21 che ha inaugurato una crescente visibilità pubblica e una nuova e feconda stagione di studi nell’ambito della ricerca storiografica e delle scienze umane, e nella creazione artistico-letteraria. Tappa cruciale di questo processo è stata l’istituzione nel 2000 del Giorno della Memoria:22 malgrado persistenti contraddizioni, la Shoah si è conquistata uno spazio indiscusso − e persino un nuovo nome −23 con il conseguente coinvolgimento massiccio di scuole, mass-media, enti locali, istituzioni culturali, tutti variamente impegnati in ricerche, rievocazioni, celebrazioni, viaggi della memoria e quant’altro. È precisamente in questa temperie culturale e politica che le lapidi di contenuto ebraico sul territorio fiorentino (e toscano) conoscono a partire dagli anni Novanta del secolo scorso una nuova e imponente fioritura sui muri di tutta la città, costituendo un nuovo capitolo del racconto civico: effetto non solo di una memoria ebraica che si va ufficializzando ma anche di una storiografia regionale impegnata in ricostruzioni puntuali e dell’impegno di associazioni, enti e amministratori nel promuovere luoghi, eventi, personaggi da ricordare.
2. Epigrafi dell’antifascismo universalista
Tanto più rimarchevole risulta il cambio di passo degli ultimi decenni, se si considera che nelle lapidi fiorentine di illustri antifascisti, come quella per i fratelli Rosselli del 194724 e quella per il gappista Alessandro Sinigaglia del 1962,25 posate prima della fioritura della memoria ebraica, ogni riferimento all’appartenenza all’ebraismo fu completamente oscurato, all’insegna di un antifascismo universalistico desideroso di non evidenziare nel discorso pubblico alcuna specificità di appartenenza.
L’epigrafe in memoria di Carlo e Nello Rosselli fu posata nel 1947 dove ancora oggi si trova, nel luogo in cui i fratelli vissero infanzia e giovinezza: sulla facciata della loro casa di via Giusti 38, la lussuosa dimora borghese evocata da Amelia Rosselli nelle sue Memorie, «devastata» nel luglio del 1925 dalle «randellate» dei fascisti.26 Dopo l’uccisione dei figli nel 1937 e l’esilio prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, il 2 luglio 1946 Amelia, le sue due nuore e sei dei sette nipoti (John prestava allora il servizio militare in Gran Bretagna) fecero ritorno a Firenze. Nella città liberata nell’agosto del 1944, ai Rosselli era già stata dedicata una strada:27 la neonata repubblica trovava nella commemorazione dei fratelli uccisi barbaramente per mano fascista una delle stazioni più significative della propria «liturgia dei martiri».28 Piero Calamandrei (1889-1956), antifascista, insigne giurista, firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce, nel dopoguerra autorevole membro della Costituente e fondatore della rivista fiorentina «Il Ponte», fu uno dei più carismatici padri della nuova patria.29 Contribuì in molti modi anche alla realizzazione di un epos resistenziale che intendeva «la liturgica commemorazione dei caduti come un ingrediente necessario per l’istituzione di una comunità repubblicana».30 Attraverso discorsi, commemorazioni, e soprattutto attraverso la scrittura epigrafica rievocò «episodi degni di esser ricordati dal nostro popolo» convinto che ciò potesse avere «una notevole forza suggestiva»31 e un forte impatto pedagogico. Era ovvio che proprio a Calamandrei, che ben aveva conosciuto Carlo e Nello Rosselli agli inizi degli anni Venti al Circolo di Cultura fiorentino e poi nel gruppo “Non mollare”,32 fossero affidati l’arringa di parte civile tenuta nel 1945 a Roma dinanzi all’Alta Corte nel processo contro Anfuso e altri accusati dell’assassinio dei Rosselli, un discorso all’Assemblea Costituente nel 1947, nel decimo anniversario della loro morte33 e, infine, la redazione del testo della lapide di via Giusti (Fig. 1): DA QUESTA CASA
OVE NEL 1925
IL PRIMO FOGLIO CLANDESTINO ANTIFASCISTA
DETTE ALLA RESISTENZA LA PAROLA D’ORDINE
NON MOLLARE
FEDELI A QUESTA CONSEGNA
COL PENSIERO E COLL’AZIONE
CARLO E NELLO ROSSELLI
SOFFRENDO CONFINI CARCERI ESILII
IN ITALIA IN FRANCIA IN SPAGNA
MOSSERO CONSAPEVOLI PER DIVERSE VIE
INCONTRO ALL’AGGUATO FASCISTA
CHE LI RICONGIUNSE NEL SACRIFICIO
IL 9 GIUGNO 1937
A BAGNOLES DE L’ORNE
MA INVANO SI ILLUSERO GLI OPPRESSORI
DI AVER FATTO LA NOTTE SU QUELLE DUE FRONTI
QUANDO SPUNTO’ L’ALBA
SI VIDERO IN ARMI
SU OGNI VETTA D’ITALIA
MILLE E MILLE COL LORO STESSO VOLTO
VOLONTARI DELLE BRIGATE ROSSELLI
CHE SULLA FIAMMA RECAVANO IMPRESSO
GRIDO LANCIATO DA UN POPOLO ALL’AVVENIRE
GIUSTIZIA E LIBERTÀ
Lo stile epigrafico di Calamandrei è «nuovo e inconfondibile»: un inizio «largo e solenne, come l’introduzione di una sonata, […] poi a mano a mano si snoda in cadenze in crescendo»34 che culminano qui nella violenza di Bagnoles-de-l’Orne, fino all’avversativa «ma» che introduce nel testo dell’epigrafe una forte discontinuità semantica: la sconfitta degli «oppressori». Dalle «due fronti» di Carlo e Nello su cui «si è fatta la notte» si allarga la prospettiva visuale e si accampa l’immagine potente di «mille e mille col loro stesso volto» che in armi stanno «su ogni vetta d’Italia» a baluardo di un avvenire di «giustizia e libertà». In realtà in quel giugno 1947 all’inaugurazione della lapide di via Giusti, quell’avvenire di giustizia e libertà doveva sembrare davvero remoto agli antifascisti italiani. Il 1° maggio di quello stesso anno a Portella della Ginestra la banda mafiosa di Salvatore Giuliano aveva massacrato i contadini in festa per conto dei proprietari terrieri contrari alla riforma agraria, sotto l’occhio connivente di «forze politiche che in Sicilia si stavano orientando verso la DC in chiave accesamente anticomunista».35 Nello stesso maggio 1947 De Gasperi con l’appoggio decisivo dei voti qualunquisti − e l’arrivo dei cospicui fondi del Piano Marshall − aveva estromesso definitivamente le sinistre dal governo, tappa finale dalla caduta di Parri in poi del «progressivo slittamento verso destra della nostra situazione politica».36 Gli antifascisti avevano ben chiaro che non era bastato abbattere il fascismo per costruire una nuova Italia, e proprio Calamandrei, pur riconoscendo «il fermento di ripresa individuale» e «la rapidità quasi miracolosa» della ricostruzione, tuttavia non poteva non registrare in contemporanea una «restaurazione clandestina», «uno spirito gretto di reazione», la potenza di «una forza d’inerzia»37 che avevano ostacolato l’emergere di una nuova classe dirigente, un rinnovamento sul piano socio-economico e il «risanamento morale»38 del costume politico. La Resistenza non aveva fallito, ma doveva considerarsi un punto di avvio per proseguire instancabilmente la rigenerazione del paese. Dunque anche la religione civile delle lapidi poteva contrastare la deriva reazionaria e costituire una pedagogia politica per la nuova Italia.
I fratelli Rosselli ebbero da Calamandrei un’altra epigrafe, quando nell’aprile del 1951 le loro salme furono traslate a Firenze da Parigi. Dopo una cerimonia toccante a Palazzo Vecchio alla presenza del sindaco di allora, il comunista Mario Fabiani, e del presidente della repubblica Luigi Einaudi, i Rosselli furono tumulati al cimitero di Trespiano. Tanta «gente comune, profondamente commossa»39 concorse alla cerimonia a cui erano presenti tutti e sette i figli degli assassinati, ma non la vecchia madre che sarebbe stata troppo provata dall’emozione. Il discorso celebrativo fu tenuto da Gaetano Salvemini, il loro vecchio maestro, e da Ugo La Malfa in rappresentanza del governo.40 Le salme vennero poi inumate al cimitero di Trespiano nella porzione cimiteriale del “Quadrato del Non mollare”, dove «a semicerchio, intorno alla tomba dei due fratelli, quattro massi quadrati vennero successivamente a ricordare Ernesto Rossi, Nello Traquandi, Gaetano Salvemini ed Enrico Bocci»,41 protagonisti di quell’antifascismo fiorentino precoce e radicale. Anche qui Calamandrei ribadì nel suo epitaffio ai Rosselli, accanto alla spada fiammeggiante simbolo di “Giustizia e Libertà”, la vitalità delle loro idee, ma questa volta prevalse la brevitas: GIUSTIZIA E LIBERTÀ
PER QUESTO MORIRONO
PER QUESTO VIVONO42
Da allora il 9 giugno di ogni anno, nell’anniversario della morte dei Rosselli, si tiene a Trespiano una commemorazione in ricordo dei due fratelli. Nel 1951 come documentano le cronache locali, il ritorno delle salme a Firenze fu molto sentito dalla cittadinanza e dalle istituzioni: l’intera giunta con sindaco e valletti era persino andata a Torino ad accogliere il treno che portava i feretri per accompagnarli fino a Firenze. Il giorno della cerimonia poi, dopo i discorsi ufficiali «le bare sfilarono per tutto il centro, da piazza Signoria a San Marco, seguite da un corteo immenso di cittadini e rimasero nell’atrio dell’Università per tutto il pomeriggio […], dove continuò l’omaggio ai due fratelli».43 Ma cercheremmo invano in questa commemorazione funebre del tutto laica anche solo una traccia dell’appartenenza all’ebraismo dei Rosselli. L’antifascismo di cui erano divenuti un emblema ribadiva il proprio afflato universalistico e oscurava le specificità, che pur rilevanti, rimanevano iscritte entro il perimetro della sfera privata.
Un altro esempio epigrafico di disinteresse per l’appartenenza ebraica si riscontra nella lapide posta in centro a Firenze, nel popolare quartiere di Santa Croce, precisamente in via dei Pandolfini all’altezza del numero civico 15 (Fig. 2). QUI
IL 13 FEBBRAIO 1944
CADDE
TRUCIDATO DAI NAZIFASCISTI
L’EROICO COMANDANTE PARTIGIANO
ALESSANDRO SINIGAGLIA
MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR MILITARE
NEL XVIII ANNIVERSARIO
LA RESISTENZA FIORENTINA
L’epigrafe risale al 1962, un anno cruciale per gli equilibri politici interni e internazionali. Nell’ottobre a causa della presenza di missili a Cuba, si verificò uno dei momenti più critici della guerra fredda, che tuttavia si concluse con un accordo fra il presidente degli Usa, John Fitzgerald Kennedy e Nikita Kruscev capo dell’URSS, che fu l’esordio di una fase di maggiore distensione a livello globale. Grandi mutamenti interessavano anche l’Italia: il nostro paese era in pieno miracolo economico; malgrado il permanere di preoccupanti aree di arretratezza, nuovi consumi e nuovi costumi stavano rivoluzionando la vita e la cultura degli italiani in un processo rapido e tumultuoso.44 Il centrismo era finito, stava salendo al governo il centrosinistra con la presenza dei socialisti per la prima volta dal dopoguerra: si nazionalizzò l’ENEL e si attuò quello stesso anno la riforma della scuola media che, dopo estenuanti dibattiti, diventava “unica” e obbligatoria per tutti. Furono anni di ripresa anche per l’antifascismo militante, che aveva fatto sentire il suo peso politico negli incandescenti moti di piazza dell’estate di due anni prima, partiti da Genova, medaglia d’oro della Resistenza, ma diffusi poi in molte altre grandi città, riuscendo nell’intento di affossare l’alleanza, auspicata dai conservatori, fra la Democrazia Cristiana e i neofascisti del Movimento Sociale Italiano.45 L’epigrafe fiorentina risente di questa temperie e omaggia, anche se non esplicitamente un «comandante partigiano» molto speciale, il gappista Alessandro Sinigaglia che era stato un autorevole e audace capo dei Gruppi di Azione Patriottica fiorentini. I Gap erano formazioni comuniste composte da pochi membri ben addestrati, reduci in molti casi come Sinigaglia, dalla dura scuola della guerra di Spagna dove avevano combattuto come volontari nelle Brigate Internazionali e poi nelle formazioni partigiane della Francia di Vichy. I gappisti osservavano una rigorosa clandestinità e tra mille pericoli operavano in città con sabotaggi, attentati, uccisioni mirate di tedeschi e fascisti utilizzando vere e proprie «pratiche terroristiche», che avevano lo scopo −peraltro raggiunto − di diffondere il panico nelle file dei nemici dimostrando che nessun nazifascista poteva sentirsi al sicuro. Dal punto di vista militare questo genere di imprese furono «piccola cosa»,46 ma cruciali invece si dimostrarono sul piano simbolico: furono proprio i Gap a innescare «la rottura dell’ordine nazifascista»47 e a rendere ben visibile una lotta armata senza quartiere. Nella memoria pubblica della Resistenza, le imprese gappiste furono nel tempo offuscate da una coltre di silenzio e generalmente anche poco studiate dalla storiografia.48 Le ragioni di questa sordina, come ha indicato Santo Peli che recentemente ha infranto questo “interdetto”, sono state molteplici: ha contato che il Partito comunista fosse stato l’unico promotore, così come hanno forse imbarazzato le stesse modalità gappiste di vero e proprio terrorismo urbano. L’ampia risonanza suscitata poi da alcune azioni particolarmente clamorose − l’attentato di via Rasella a Roma e l’omicidio di Gentile a Firenze − hanno alimentato nel tempo aspre controversie mai sopite, «anatemi e giudizi di illegittimità espressi con molta più virulenza che sulla Resistenza in generale».49 Inoltre a partire dagli anni Settanta, il terrorismo rosso si servì del gappismo in modo strumentalmente, richiamando la tradizione gappista degli anni della guerra civile come dispositivo ideologico per puntellare pratiche violente e omicidi di gente inerme in tempo di pace.50 Nel 1962 tuttavia affiggere una lapide in onore di Sinigaglia andava ancora esente dal surplus simbolico degli anni di piombo e il recupero di memoria verso questo personaggio era finalmente diventato possibile. Anche se la formazione di cui era a capo non veniva affatto nominata, tuttavia l’epigrafe, celebrando l’eroismo di Sinigaglia, «la medaglia d’argento al valor militare» e la morte violenta per mano dei «nazifascisti», rappresentò in ogni caso una restituzione anche ai Gap, riconosciuti implicitamente come componente di peso della Resistenza fiorentina. Ma chi era Alessandro Sinigaglia? Si trattava di una figura anomala a causa delle sue stesse origini. Era infatti figlio di una cameriera di colore, Cynthia White (1864-1920), nata nel Missouri nel 1864 (quando ancora esisteva lo schiavismo) e giunta a San Domenico di Fiesole nel 1899 al servizio della ricca famiglia americana degli Smith, trasferitasi nella lussuosa Villa Bel Riposo di via delle Fontanelle.51 Cogliendo di sorpresa i fiesolani e anche la comunità ebraica fiorentina, non favorevole a matrimoni esogamici, la domestica Cynthia nel luglio 1901 sposò un meccanico ebreo, anch’egli servitore degli Smith in villa: David Sinigaglia52. Nel gennaio 1902 nasceva Alessandro, che portava come da tradizione il nome del nonno paterno, ebreo mantovano trasferito a Firenze. Alessandro visse un’infanzia felice in «un mondo meticcio rinchiuso e protetto dentro le mura della villa fiesolana»,53 ma erano anche i tempi in cui razzismo e antisemitismo avrebbero preso ben presto la loro feroce rivincita. Con l’aiuto degli Smith Alessandro studiò in una scuola tecnica fiorentina e partecipò poi alla prima guerra mondiale in marina come sommergibilista. Nel dopoguerra diventò ben presto comunista, entrando subito nel mirino delle autorità fasciste. Costretto all’espatrio fece la vita dell’esule di partito: fu in Francia dapprima e poi in Unione Sovietica nel 1928 e infine in Svizzera. Nel 1936 partecipò alla guerra di Spagna come silurista nella marina repubblicana spagnola. Dopo la sconfitta, insieme con altri antifascisti si rifugiò in Francia. Allo scoppiare della guerra fu internato nel campo del Vernet, infine nel 1941 fu rastrellato dai tedeschi e consegnato ai fascisti che lo mandarono al confino a Ventotene. Lì rimase fino alla caduta del regime. Quando a fine agosto del 1943 tornò libero, lo troviamo a Firenze da subito impegnato nell’organizzazione della Resistenza, segnatamente dei Gap, prescelto per questo compito presumibilmente per la sua preziosa esperienza militare e per il suo impeccabile curriculum da perseguitato politico che lo rendeva affidabile ed efficiente.54 Gli attentati dei Gap in città furono diversi e significativi: il 1° dicembre 1943 con tre colpi di pistola davanti a casa sua fu ucciso Gino Gobbi, comandante del distretto militare e dunque responsabile del richiamo alla leva dei giovani renitenti.55 I fascisti risposero il giorno dopo «senza nemmeno la formalità di una sentenza scritta»56 uccidendo al poligono delle Cascine cinque ostaggi, scelti fra i detenuti politici nelle carceri. Il 14 gennaio 1944 «con un colpo decisamente temerario»57 i Gap fecero esplodere contemporaneamente sette ordigni contro obiettivi nazifascisti sparsi per la città, come la casa del fascio e gli alberghi dove avevano sede alloggiamenti e comandi tedeschi.58 Una settimana dopo, una forte bomba gappista fu fatta esplodere all’ingresso di un bordello frequentato da nazifascisti in via delle Terme.59 Due settimane dopo, il 30 gennaio 1944, i Gap misero una bomba al Teatro della Pergola, gremito di fascisti e di popolo, dove Gino Meschiari, l’avvocato a capo del fascio repubblicano fiorentino, stava tenendo un comizio in commemorazione dei “martiri delle foibe istriane”.60 La lotta era serrata, quotidiana, le azioni si susseguivano incessanti. I gappisti erano dei ricercati speciali e Sinigaglia, ben conosciuto per i suoi trascorsi, era il primo fra tutti, braccato specialmente dalla “banda Carità” che sempre più si andava dedicando alla lotta antipartigiana.61 La sera del 13 febbraio 1944, Sinigaglia incontrò un vecchio amico antifascista e andò a mangiare con lui. Audacemente come era nel suo carattere non esitò a presentarsi in una trattoria di via dei Pandolfini, nel quartiere di Santa Croce dove era ben conosciuto e dove non lontano, in via Ghibellina al n. 38, abitava ancora da vedova la sua matrigna.62 Molto probabilmente su una precisa delazione, quella sera due scherani di Carità fecero irruzione in quella trattoria. Sinigaglia cercò di fuggire ma non ci riuscì e fu ucciso all’incrocio di via Pandolfini con via del Crocifisso. Un’inesattezza va ascritta alla lapide che lo commemora: Sinigaglia era stato sì «trucidato» ma non propriamente dai «nazifascisti» come dichiara l’epigrafe. Furono infatti due militi italiani della “banda Carità” gli autori dell’uccisione, mentre nessun soldato tedesco era quella sera presente. I due militi erano Valerio Menichetti e Natale Cardini, membri della squadra dei “Quattro Santi” della “banda Carità”, dediti quotidianamente alla caccia di partigiani ed ebrei, che da tempo avevano individuato in Sinigaglia un obiettivo speciale.63 Era diventato un uso caratteristico della Resistenza intitolare le brigate partigiane ai gappisti morti: il nome di Alessandro Sinigaglia, il fiorentino nero, ebreo e comunista fu assunto dalla XX bis Brigata Garibaldi.64
3. «Nel cielo della patria»
In assenza di antifascisti eroici ed esemplari come i fratelli Rosselli o Sinigaglia, nella scrittura epigrafica cittadina della guerra e della Resistenza la memoria diventò palesemente ecumenica. Risalta uno sforzo per accomunare unitariamente vittime anche molto dissimili, che tendono a comparire nelle varie targhe commemorative in città senza ulteriori specificazioni. Ciò valse innanzitutto per gli ebrei, che in quanto tali, come si è visto, tendevano a scomparire. Come auspicava Giacomo Debenedetti nel 1944, gli ebrei dovevano essere paghi di mescolare il loro dolore «al lungo, collettivo, unanime tributo di lacrime e di supplizi» di tutti gli altri, «messi in fila con tutti gli altri morti, con tutte le altre vittime di questa guerra. Soldati, anche loro, con gli altri soldati».65 Il racconto che molte lapidi nel dopoguerra propongono ricalca l’opinione di Debenedetti: uguaglia e pareggia situazioni molto diverse senza curarsi di quanto contraddittorio e frastagliato fosse stato il percorso italiano dalla guerra fascista a fianco di Hitler fino alla caduta del regime e alla resa, con il cambio di fronte e ciò che aveva comportato di peculiare e traumatico: l’occupazione, la guerra totale, il collaborazionismo, la Resistenza, la guerra civile, la Shoah.
Emblematica a questo proposito una grande targa, detta “la lapide del Madonnone”, promossa coralmente dal comitato rionale del quartiere fiorentino di San Salvi e posata domenica 8 settembre 1946, significativamente proprio il giorno dell’anniversario dell’armistizio di tre anni prima. Quell’8 settembre 1943 era stato per il popolo italiano un momento di passaggio catastrofico: il paese già sconvolto da guerra, fame, lutti e bombardamenti prendeva atto traumaticamente della disfatta bellica, del crollo dell’intera classe dirigente fascista, dell’irresponsabile fuga di monarchia, governo e gerarchie militari che abbandonarono l’intera «nazione allo sbando».66 Pochi giorni dopo i tedeschi occuparono il territorio italiano non ancora liberato dagli alleati e, sotto l’occupazione nazista coadiuvata dai collaborazionisti della Repubblica di Salò, l’Italia entrava a pieno titolo nella violenza della guerra totale.67 In controtendenza con altre celebrazioni epigrafiche più trionfalistiche, “la lapide del Madonnone” appariva dolorosamente consapevole delle perdite su larga scala che la guerra aveva causato, militari ma anche civili. E infatti, mentre nella richiesta di posa dell’epigrafe rivolta al Comune dal comitato promotore si precisava che la targa era dedicata ai «caduti per la liberazione», il testo finale proponeva invece fortemente la compresenza paritaria di tutte le vittime belliche, pur collocate in distinte schiere. Ecco il testo dell’epigrafe: NEL CIELO DELLA PATRIA
SPLENDON DI LUCE
PURISSIMA
COI FRATELLI EROI DI TUTTA LA GUERRA
CON QUANTI SERBANDO FEDE AGLI IDEALI DI LIBERTA’
LOTTARONO E CADDERO
COI NUMEROSI MORTI NELLE ROVINE DEI BOMBARDAMENTI
COI CADUTI VITTIME DEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO
I NOMI DI QUANTI ANCHE COL LORO EROISMO
RICONQUISTARONO FIRENZE ALL’ITALIA

CONCORDE IL POPOLO DI SAN SALVI
RICORDA I SUOI FIGLI
INVOCANDO DA DIO
AL NOSTRO TRAVAGLIATO PAESE
COPIOSO IL FRUTTO DEI GLORIOSI LACRIMATI OLOCAUSTI
SETTEMBRE 1946 ANNO DEL SIGNORE68
L’iterazione della preposizione «con» intendeva sottolineare vigorosamente l’affiancarsi «nel cielo della patria» di tutte le categorie che la guerra aveva coinvolto e colpito, congiunte in un ideale splendore «di luce purissima» che tutti come «figli» avvolgeva: i soldati della guerra fascista − «fratelli eroi di tutta la guerra»; i partigiani che avevano «serbato fede agli ideali di libertà»; le vittime inermi dei bombardamenti e dei campi di concentramento − nominate queste ultime assai raramente all’epoca −, e infine anche quanti «col loro eroismo riconquistarono Firenze all’Italia», intendendo con quest’ultima specificazione i resistenti e forse anche gli alleati, uniti nella liberazione della città. La lapide prospettava sottotraccia un appello netto alla riconciliazione nazionale per concludersi con una preghiera vera e propria a Dio, in cui si richiedeva una ricompensa per «i lacrimati olocausti» da tutti sofferti. Mentre non deve stupire l’assenza di ogni accenno agli ebrei e ai campi di sterminio − presenti nell’epigrafe tra i caduti dei «campi di concentramento» come era nel senso comune del dopoguerra (e poi ancora a lungo sarebbe stato) −, rilevante è anche la mancanza di ogni accenno al nazifascismo, che rivela forse ancor più dell’orazione vera e propria, la collocazione politica cattolica della lapide che avanzava un progetto di concordia nazionale nel nome delle sofferenze patite. La posa dell’epigrafe si inserì in un progetto di sistemazione del grande Tabernacolo del Madonnone, posto all’angolo tra via Aretina e via di San Salvi. Chiuso da un muretto basso con porta d’accesso si presentava ai fedeli come un piccolo oratorio. All’interno conteneva vari affreschi, tra cui una Madonna in maestà e santi che occupava l’intera ogiva, dipinta agli inizi del Quattrocento da Lorenzo di Bicci. La Soprintendenza fiorentina ai monumenti, guidata allora da Armando Venè,69 aveva autorizzato il riordino del complesso del Tabernacolo. La direzione dei lavori era stata affidata all’architetto Nello Bemporad, che era ebreo e sotto le persecuzioni era stato costretto come molti suoi correligionari a fuggire. Rientrato in città dopo la liberazione nell’agosto 1944, cominciò a lavorare intensamente e con opere sempre più significative alla ricostruzione di Firenze.70 Dal novembre 1944 in particolare ricoprì il ruolo di architetto presso la “MFFA-Monuments, Fine Arts and Archives Subcommission”, la commissione alleata che operava d’intesa con la Soprintendenza fiorentina. Proprio nella seconda metà degli anni Quaranta Bemporad si occupò specificamente di restauri per danni di guerra e di monumenti danneggiati. In questa veste lo troviamo come progettista del Tabernacolo del Madonnone: fece demolire il muretto che nascondeva parte dell’affresco mariano e al suo posto «disegnò e fece installare un’artistica cancellata in ferro battuto» posizionando «su nuova e più acconcia base la mensa dell’altare»71 che si trovava dentro il Tabernacolo (Fig. 3). Contestualmente a questa opera pubblica di restauro e conservazione − dunque laica − aveva preso avvio anche il progetto della lapide, che fu invece gestito prevalentemente dal clero. La stessa collocazione della targa all’interno di un luogo devozionale cattolico come il Tabernacolo, mescolando i «Caduti» alla devozione mariana, mirava in realtà a connotare fortemente il culto di questi morti in senso cattolico e in un certo senso anche a sacralizzare la guerra, intesa più come un evento catastrofico naturale che come un fatto storicamente determinato da responsabilità del tutto umane. Venivano dunque annesse a Santa Madre Chiesa tutte le vittime del conflitto, conquistate di prepotenza post mortem da una fede che in vita poteva anche non necessariamente essere loro appartenuta. Uno scolopio delle Scuole Pie, Gino Fratelli, fu l’autore del testo dell’epigrafe,72 che fu scoperta dopo la celebrazione di una messa nella vicina chiesa di San Salvi «in suffragio dei caduti»73 nell’ambito dell’inaugurazione e dell’apertura del Tabernacolo restaurato. Anche la cerimonia assunse dunque una marcata connotazione religiosa. Dopo la funzione mattutina, davanti al Tabernacolo restaurato e all’epigrafe nuova di zecca, furono programmati due discorsi: il primo di carattere «illustrativo storico-artistico»74 fu tenuto dal parroco di San Salvi, don Oliviero Poli, che dal 1940 reggeva la parrocchia, dove sarebbe rimasto fino al 1958, per diventare poi negli anni monsignore e arciprete della cattedrale di Santa Maria del Fiore.75 Poi per riequilibrare il peso troppo clericale della celebrazione e in omaggio allo spirito paritario ciellenistico, il secondo discorso «commemorativo dei Caduti»76 fu affidato a Mario Pirricchi, comunista fin dal 1934, condannato dal tribunale speciale fascista nel 1938, partigiano e organizzatore nella Resistenza delle Sap (Squadre Azione Patriottica).77 Nel 1962 gli affreschi del Tabernacolo furono distaccati per garantirne una migliore conservazione: il “Madonnone” fu trasportato nell’attigua chiesa di San Michele a San Salvi e sostituito da una copia. La generosa lapide, che voleva estendere a tutti i morti la sua pietà, in una guerra in cui sembrava invece che proprio la pietà fosse morta,78 è ancora lì nel Tabernacolo sotto l'altare, oggi quasi completamente nascosta da vasi di fiori.
4. Storia patria sui muri del liceo
All’insegna dello stesso unitarismo conciliatorio ma interpretato del tutto laicamente, una lapide negli anni Settanta venne posata anche nell’atrio del liceo classico Michelangiolo, in commemorazione dei caduti della seconda guerra mondiale (Fig. 4).
Come era avvenuto già per la Grande Guerra, anche qui compaiono solo i nudi nomi degli studenti della scuola caduti nel conflitto, senza alcuna indicazione biografica né anagrafica, ma divisi in due gruppi cronologici: quelli morti nel periodo della guerra combattuta dal regime fascista «1940-1943» e quelli morti nel periodo «1943-1945», entrambi ordinati alfabeticamente. Al di là del mero dato cronologico, l’epigrafe elude di nominare le due fasi così diverse della partecipazione italiana al conflitto: per chi già non sappia quale abisso le separi, nulla viene spiegato. Le circostanze in cui gli ex alunni hanno trovato la morte, i loro destini così diversificati, tutto resta implicito. I caduti sono tutti uguali, accomunati solo nella loro prematura fine: soldati di Mussolini e di Hitler, resistenti o vittime innocenti del genocidio risultano nella lapide il frutto di quella educazione «al dovere» che avrebbero ricevuto nell’insigne liceo fiorentino. Nella prima schiera, denominata «1940-1943», troviamo dunque sedici nomi di soldati combattenti nella guerra fascista, di cui otto decorati: tra questi il capitano di vascello Enrico Baroni, medaglia d’oro al valor militare, affondato dai britannici il 28 giugno 1940 nel Mediterraneo meridionale;79 il bersagliere certaldese Aldo Marzi, anch’egli insignito della medaglia d’oro;80 l’elbano Teseo Tesei, assaltatore della X Mas morto nelle acque di Malta nel luglio 1941.81 Nella seconda lista della lapide, quella del periodo «1943-1945», compaiono diciotto nomi: sei sono resistenti caduti nel corso della lotta di liberazione: Dante Corinti della brigata “Caiani”,82 ucciso il 5 agosto 1944 nella battaglia di Firenze; Enrico Bocci, azionista e animatore della radio clandestina fiorentina CoRa che teneva i rapporti con gli alleati, torturato e ucciso a Firenze, di cui non si è più ritrovato neppure il corpo;83 Anna Maria Enriques Agnoletti, resistente, pure torturata e uccisa dai nazifascisti a Firenze;84 Mario Sbrilli, studente di medicina della Brigata Garibaldi “Pio Borri”, ucciso dai tedeschi a San Polo d’Arezzo il 14 luglio 1944;85 Francesco Stucchi Prinetti, ucciso dai tedeschi con altri partigiani a Castelnuovo Val di Cecina il 14 giugno 1944;86 Giuliano Treves, partigiano ebreo caduto sotto il fuoco dei franchi tiratori di Pavolini a pochi giorni dalla liberazione.87 A questi sono affiancati i soldati: il figlinese Giuseppe Becattini della Divisione Acqui della Toscana e il tenente Agostino Zanazzi, entrambi caduti a Cefalonia nel settembre 1943;88 Enrico Pistolesi, internato militare morto in prigionia in Germania nel marzo 1945;89 Giovanni Raicevich, tenente medico della marina militare morto nel luglio 1943.90 Infine troviamo i fratelli Luciano e Giorgio Guermani, civili disarmati fucilati dai tedeschi il 12 settembre 1944 nella montagna pistoiese a Piteglio.91 Ebbene insieme a queste vittime, oltre a Giuliano Treves già ricordato, compaiono anche i nomi di quattro ex alunni ebrei del liceo, di cui tre deportati ad Auschwitz senza ritorno − il rabbino Nathan Cassuto,92 Elena Segré,93 e Enrico Dalla Volta −94 ed Elda Servi uccisa in patria alla Rufina nel Mugello nell’agosto del 1944, insieme con altre due donne ebree da militari tedeschi in ritirata, in seguito a una spiata.95 La lapide presenta un insieme eterogeneo di vittime di guerra, quasi una pagina di registro scolastico anche nell’ordine alfabetico. Nulla distingue questi nomi gli uni dagli altri, i combattenti tra le file della Resistenza sono accomunati ai civili, e la specificità della Shoah − aver trovato la morte per un disegno globale genocidario − non trova alcuna visibilità e resta opaca.
Le pareti dell’atrio del liceo appaiono comunque cariche di storia: si susseguono una accanto all'altra le epigrafi delle guerre novecentesche impartendo a studenti, professori, visitatori occasionali un’utile lezione sulle diverse politiche della memoria e su come nel tempo si siano profondamente trasformate. La prima guerra mondiale è ricordata da un’imponente epigrafe in bronzo incorniciata in legno. Non si esclude che il bronzo della lastra potesse essere stato ricavato, come spesso si usava, dalla fusione di artiglierie catturate al nemico. La lastra bronzea, come una lavagna, porta inciso in lettere un tempo dorate il testo del lungo Bollettino di guerra n. 1268 del generale Armando Diaz, che il 4 novembre 1918 annunciava la resa degli austriaci e la vittoria italiana (Fig. 5).96 Ai lati del fitto testo della targa sono presenti in bassorilievo a sinistra gli stemmi delle città di Trento, Trieste, Fiume; a destra quelli di Gorizia, Pola e Dalmazia, divisi da figurazioni di elmi, spade e fasci littori. Il Bollettino in epigrafe come monumento commemorativo ebbe molto successo nel primo dopoguerra e si diffuse in varie fogge in scuole, municipi e caserme. La targa conservata al liceo Michelangiolo è produzione di un valente incisore, scultore e numismatico fiorentino, Mario Nelli, che aveva dato vita a una sua ditta specializzata in coniazione di medaglie e lavorazione del bronzo. Nelli svolgeva la sua attività presso l’antica casa di Benvenuto Cellini in via della Pergola al n. 59, dove si diceva che l’artista rinascimentale avesse fuso il Perseo. Anche nell’epigrafe del Michelangiolo, pur malridotta, si può ancora leggere la firma del Nelli e della sua “Casa di Benvenuto Cellini”,97 più visibile nell’epigrafe forlivese, meglio conservata di quella fiorentina (Fig. 6). La prima guerra mondiale e le perdite di tante giovani vite umane avevano costretto le élites e l’opinione pubblica di tutta Europa a elaborazioni ben più complesse delle trionfalistiche proclamazioni bronzee della conclamata vittoria. I lutti subìti dovevano trovare luoghi, modalità e rituali di elaborazione,98 che riguardavano i milioni di morti in battaglia ma anche le innumerevoli famiglie i cui figli non erano più tornati alle loro case. I reduci a loro volta dovevano elaborare i traumi e le mutilazioni patite misurandosi con una vita civile a cui non era facile riadeguarsi, segnata da una contiguità con la violenza ereditata dalla guerra che avrebbe pesato molto negli anni Venti e Trenta. I gruppi dirigenti compresero che il trattamento dei reduci, il loro reinserimento nella società civile, così come la gestione dei morti e dei lutti non potevano essere lasciati al caso: occorrevano pratiche simboliche che potessero alleviare il dolore collettivo e dargli un senso. Così si affermò su scala continentale il culto dei caduti: l’interpretazione martirologica di quelle morti violente di milioni di giovani poteva assumere senso, creare una sorta di risarcimento e nel contempo cementare nazionalismi e mitologie patriottiche. A questo scopo presero corpo l’epopea del milite ignoto, i parchi delle rimembranze e un processo di monumentalizzazione capillare che si proponeva di onorare i caduti in ogni borgo del continente europeo. Anche i quarantadue morti in guerra del liceo Michelangiolo trovarono dunque la loro celebrazione in chiave eroica. Nel 1919, un anno prima del Bollettino della Vittoria di Diaz, un’altra epigrafe era stata posata nell’atrio del liceo fiorentino, e questa volta il tono solenne del discorso veniva riservato ai caduti, trasfigurati nel compito glorioso di rendere immortale la patria (Fig. 7). Questa lapide è incastonata in una costruzione monumentale: due figure androgine in bronzo a bassorilievo − forse donne o angeli − drappeggiate di veli e mestamente atteggiate, reggono una lunga palma intrecciata fittamente che incornicia la lastra di marmo coi nomi degli studenti caduti. La palma è simbolo del martirio: destino riparatorio e glorioso attribuito ai giovani morti in guerra. I loro nomi sono disposti in due colonne per un totale di quarantadue soldati.99 Al di sotto della lapide, è posta la scritta epigrafica che in un certo senso fa da basamento e da commento ai nomi dei caduti sopra elencati, celebrando la gloria «dei suoi eletti»: DEL MANIPOLO DENSO DEI SUOI ELETTI
ACCORSI ALL’APPELLO DELLA PATRIA
IL LICEO MICHELANGELO
INCIDE NEL MARMO I NOMI DEI MORTI
NELLA GLORIA ETERNA D’ITALIA
IMMORTALI
IV NOVEMBRE MCMXIX
Sotto la lapide «fu aggiunta nel 1927 una lampada votiva, incassata nella parete, di forma circolare decorata da due rami di alloro e di quercia»100 a simboleggiare rispettivamente la gloria e la potenza. Intorno alla lampada si aggiunse una nuova iscrizione che ribadiva l’immortalità di chi era morto per la patria NOSTRIS PRO PATRIA MORTUIS PERPETUA LUX Anche se la lapide non lo dice, quattro di questi giovani caduti che compaiono nell’atrio del loro ex liceo − Aldo Rosselli, Bruno Bauer, Luciano Coen, Giacomo Morpurgo − erano ebrei, anche loro «accorsi all’appello della patria»101 insieme agli altri. Avevano combattuto, alcuni come volontari, e avevano perduto la vita a fianco dei giovani coetanei, a suggellare con convinzione i diritti di cittadinanza che gli ebrei con gli altri italiani avevano conquistato nel Risorgimento. Il nazionalismo della lapide del liceo fiorentino, la certezza della «gloria eterna d’un Italia immortale» riecheggia, senza la nota sionista, la lapide coeva posata nel Tempio fiorentino, così come l’evocazione del martirio come privilegio per gli «eletti» chiamati dalla patria.102 Ma proseguiamo l’esame delle targhe del liceo Michelangiolo: percorso esemplare di storia patria. Nel cinquantesimo anniversario della liberazione, il 2005, venne scoperta una nuova lapide, questa volta affissa all’esterno dell’edificio scolastico, sul muro della scuola che affaccia nella trafficata via della Colonna (Fig. 8).

ANNA MARIA ENRIQUES AGNOLETTI
MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE ALLA MEMORIA
ENRICO BOCCI
MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE ALLA MEMORIA
NATHAN CASSUTO
MEDAGLIA D’ARGENTO AL MERITO CIVILE ALLA MEMORIA

GIÀ STUDENTI DI QUESTO LICEO
DURANTE LA GUERRA DI LIBERAZIONE 1943 - 1945
SCELSERO LA VIA DELLA RESISTENZA E DELLA LOTTA
PER LA LIBERTÀ, LA GIUSTIZIA E LA DEMOCRAZIA
CATTURATI DAI NAZIFASCISTI
LA LORO GIOVANE VITA FU SPEZZATA IN CARCERE
NEI CAMPI DI STERMINIO O SOTTO IL PIOMBO NEMICO

IL COMUNE DI FIRENZE
NEL 60° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE
1945 - 2005
Questa nuova epigrafe, esposta alla vista della città e non riservata soltanto a celebrare tradizioni e personaggi nell’interno della scuola come era accaduto fino ad allora − l’atrio del liceo doveva idealmente rappresentare un esordio visivo esemplare di educazione civica − segna non poche discontinuità. La più significativa è la sparizione dei soldati caduti tra il 1940 e il 1943, segno di un lutto in un certo senso “invecchiato” che una nuova sensibilità critica verso la guerra fascista non permetteva più che venisse celebrato pubblicamente. Ma anche i nomi dell’“altra guerra” − la guerra civile del periodo 1943-1945 − sono molto sfoltiti: compaiono qui soltanto cinque ex alunni: i caduti più famosi della Resistenza fiorentina. Gli altri, i meno noti, mancano, sono rimasti nell’atrio del liceo nell’epigrafe precedente peraltro mai rimossa. Ritroviamo dunque in questa lapide esterna due resistenti medaglie d’oro al valor militare: Anna Maria Enriques Agnoletti, dirigente del Movimento cristiano sociale103 e Enrico Bocci,104 responsabile dell’emittente clandestina fiorentina Radio CORA, entrambi torturati e barbaramente uccisi dai nazifascisti. A questi si affiancano il nome di Mario Sbrilli, giovane studente di medicina ammazzato a San Polo di Arezzo in un eccidio di partigiani,105 anch’egli medaglia d’oro al valor militare; e il nome di Gianfranco Mattei, chimico, che fu gappista a Roma; catturato e torturato si tolse la vita per non parlare.106 Insieme con questi combattenti, troviamo nella lapide la figura atipica del rabbino fiorentino Nathan Cassuto, che morì deportato ad Auschwitz come ebreo e che non apparteneva alla Resistenza, anche se l’opera di salvataggio da lui dispiegata verso i suoi correligionari in pericolo di vita, può a buon diritto essere ricondotta alla sfera della resistenza civile, il che spiega il «merito civile» della sua medaglia d’argento. Tuttavia resta l’impressione che ancora una volta la sorte comune assegnata ai caduti dall’estensore dell’epigrafe − essere stati tutti «catturati dai nazifascisti» e torturati − sfumi ancora la singolarità della persecuzione razziale. Il vero oggetto di omaggio dell’epigrafe sembra essere costituito dai valori antifascisti condivisi da vittime esemplari, piuttosto che dalla peculiare novità dell’intento genocida dei carnefici, malgrado l’autorevole presenza della figura di Cassuto.
5. «Oltre il rogo»: lapidi intelligenti
Come si è visto da questo itinerario paradigmatico attraverso le lapidi di un liceo classico cittadino, fra la fine del Novecento e il Duemila i tempi erano ormai maturi perché la dolorosa memoria ebraica della Shoah travalicasse i confini del Tempio e si proponesse nel discorso pubblico come patrimonio dell’intera città, anche se si è trattato di un passaggio quasi mai lineare. Nel contesto fiorentino e toscano − ma non troppo difformemente lo stesso avveniva su tutto il territorio nazionale − in relazione alle ricorrenze del Giorno della Memoria, istituito nel 2000,107 talvolta dopo specifiche ricerche di storia locale, oppure per iniziativa di enti e associazioni, sono comparse molte lapidi, che hanno disseminato sul territorio le tracce della persecuzione antiebraica. È pur vero tuttavia che manca ancora (al di fuori degli spazi ebraici) una lapide “generale” della Shoah fiorentina che ricordi e commemori non solo le vittime ma quella stessa «anomalia della situazione»108 locale nelle persecuzioni del capoluogo toscano, che si distinse per radicalità e accentramento istituzionale dell’apparato repressivo, messa ampiamente in luce ormai dalla storiografia.
Mancano ancora epigrafi nei luoghi cruciali in cui avvennero gli arresti e le detenzioni: le carceri cittadine o i diversi conventi in cui gli ebrei si erano rifugiati e da cui furono invece trascinati via, innanzitutto quello di piazza del Carmine, divenuto un vero e proprio “campo di transito” dove per più giorni, dopo essere state là ricoverate con grande benevolenza dalle suore, decine di donne ebree con i loro bambini piccoli subirono angherie e violenze di ogni genere da parte di militari italiani e tedeschi, prima di essere avviate ad Auschwitz, da cui peraltro nessuna delle deportate tornò.109 E così vale per le altre stazioni di quella mappa degli arresti che soggiace come un palinsesto inquietante nei luoghi consueti della quotidianità cittadina e che solo raramente nel territorio fiorentino, almeno fino ad ora, ha depositato la sua memoria in epigrafi. I ritardi e le resistenze a esporre alla vista di tutti le tracce del genocidio italiano dipendono da molte cause, tra queste si possono indicare anche politiche della memoria pigre e interessate soltanto a celebrazioni di visibilità estemporanea ed effimera, in cui ci si contenta di condannare ed esecrare. Occorrerebbe invece: capire come e perché la Shoah abbia potuto aver luogo. Anche la Shoah esige la comprensione storica e la storia, come sappiamo, non è né giustiziera né giustificatrice, bensì è — o dovrebbe essere — intelligenza delle cose. Ma con ciò si pone una contraddizione, in quanto la Shoah si è trasformata da storia criminosa a evento metafisico, a male assoluto, e rifiuta di essere compresa, superata in quel giudizio storico che è, diceva Croce, “oltre il rogo” e dunque più sereno che furente.110 Spesso invece istituzioni e forze politiche, e anche il mondo della scuola e i media si limitano ad appiattire ogni prospettiva interpretativa del passato sul «paradigma vittimario»,111 senza sforzarsi di coglierne e storicizzare le ragioni. La svolta nella rappresentazione collettiva della Shoah affonda le sue radici nei primi anni Ottanta, quando ebbe inizio il netto «declino del modello socialdemocratico» che non coinvolse soltanto aspetti economici e sociali ma «tutto un vasto sistema di rappresentazioni culturali e di ideali».112 Era entrata in una crisi irreversibile «l’idea stessa di progresso sociale, ovvero quella Grande Narrazione che aveva dominato il xx secolo».113 Trascinato in questo naufragio, tramontava di conseguenza progressivamente anche il paradigma antifascista. La seconda guerra mondiale rimaneva un orizzonte ineludibile, ma era la Shoah ad assumere il ruolo di «paradigma primario» su cui misurarsi costantemente. Si esauriva come figura di riferimento il resistente in lotta per trasformare la società per lasciare il posto alle vittime inermi, innocenti e impotenti della persecuzione razziale con conseguenze rilevanti sul piano dell’immaginario. L’enfasi sulla condizione della vittima […] implica il collasso di un’idea di rivoluzione e di progresso, mette in scena un universo sociale in cui l’individuo si percepisce come schiacciato da un potere ingovernabile e incomprensibile, e rispetto al quale si sente impotente.114 I monumenti e le politiche memoriali hanno via via rispecchiato questo nuovo statuto transnazionale della Shoah,115 non riuscendo sempre tuttavia ad armonizzare la centralità di cui l’Olocausto gode sul piano mediatico con la conoscenza specifica davvero ancora troppo povera che circola nelle scuole, sui giornali, alla televisione, nei social network e in tanti rappresentanti delle istituzioni che pure quelle politiche memoriali governano. Per quanto la ricerca storica abbia affinato metodi e indagini, per quanto relativamente all’Olocausto il lavorio delle arti116 e dell’architettura, del cinema e della letteratura sia stato incessante e proficuo dal secondo Novecento in poi −per la letteratura basterà solo ricordare Primo Levi, Paul Celan, Imre Kertész, Vassilij S. Grossman, Georges Perec, Amos Oz, fino al graphic novelist Art Spiegelman- ebbene nella ridondanza alterna di banalizzazione e sacralizzazione queste produzioni non trovano ricezione che in ristrette cerchie di intellettuali. A fronte della moltiplicazione di iniziative ed eventi per il Giorno della Memoria, sembra che una conoscenza critica, approfondita e articolata della Shoah, rispettosa dei contesti, sottratta a facili sentimentalismi, fondata su conoscenze ben fondate e giudizi meditati, sia più lontana che mai. Da questo punto di vista resta concettualmente insuperata l’assenza di monumentalità retorica e centripeta, e viceversa la concreta, discreta e capillare visibilità promossa dalle Stolpersteine, le “pietre d’inciampo”, concepite dall’artista tedesco Gunter Demnig,117 una sorta di “antimonumento”118 diffuso ormai su scala europea. Si tratta di sampietrini (10 per 10 centimetri) a forma di cubo, incastrati dentro il selciato ben visibile al passante che si soffermi. Sul lato esterno sono ricoperti di una lamina lucida di ottone, su cui l’artista incide le poche informazioni essenziali per identificare la singola persona o il gruppo familiare vittima del nazismo tra il 1933 e il 1945. La scritta «qui abitava» incisa nell’ottone è seguita dal nome e cognome del deportato, dalla data di nascita e, se conosciute, da data e luogo della deportazione e della morte nei lager nazisti. In polemica contro la concorrenza fra le vittime, le pietre d’inciampo ricordano tutti i perseguitati dal nazifascismo, indipendentemente dalla loro appartenenza: deportati, razziali, politici, disabili, militari, Rom e Sinti, testimoni di Geova, omosessuali. Di solito le pietre d’inciampo vengono posizionate sul marciapiede prospicente la casa del deportato a segnalare la normalità di un’esistenza che in un luogo e in un momento precisi fu travolta dalla violenza di un regime politico. La collocazione rende materialmente percepibile la dimensione quotidiana di quelle esistenze, persone concrete ben inserite nel loro contesto sociale prima di diventare vittime, ed emerge anche l’idea più generale di una comunità spezzata da una violazione irrimediabile, rievocata e simbolicamente “riparata” da questo ritorno a casa.119 Senza essere invadenti − non sono visibili se non a una distanza ravvicinata − le Stolpersteine nella loro discrezione, «costituiscono una mappa della memoria» potente, diffusa in ogni quartiere della città, un «memoriale antigerarchico e democratico»120 che evoca plasticamente l’irruzione di una violenza capillare tipica del sistema totalitario nazista in ogni settore della società. Un altro merito delle pietre d’inciampo è che, per esistere, necessitano della ricerca storica, la stimolano e la rendono palpabile e comprensibile a tutti attraverso la serialità di nomi, date e fatti rievocati. Fanno luce sui destini individuali ma invitano anche alla conoscenza delle ragioni per cui quei destini sono stati travolti, servono insomma a porsi delle domande sul passato. La loro diffusione su scala europea ne ha fatto il più grande memoriale del mondo: più di 61 mila pietre d’inciampo sono state posate in ventuno paesi a partire dai primi anni Novanta.121 Nel territorio fiorentino la diffusione di questo monumento è stata del tutto inesistente fino al gennaio 2018, quando le prime due Stolpersteine sono state coraggiosamente posate, non in città, ma in un paese della provincia, a San Casciano Val di Pesa, a ricordare i soli due ebrei lì arrestati, entrambi morti ad Auschwitz. I due deportati, Paolo Sternfeld (1888-1944) e Giacomo Modigliani (1891-1944) erano cognati, entrambi sfollati in Val di Pesa con le famiglie per sfuggire ai bombardamenti. Furono arrestati da fascisti italiani della Repubblica Sociale la domenica mattina del 17 ottobre 1943 (Fig. 9).122 L’opera è stata realizzata grazie alla fattiva collaborazione fra l’amministrazione sancascianese, promotrice e finanziatrice del progetto, associazioni culturali variamente impegnate sul territorio e, per la consulenza scientifica, l’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea.123 Ci si potrebbe chiedere come mai malgrado i costi contenuti, la facilità tecnica delle installazioni e una storiografia affidabile, non si trovi nemmeno una Stolperstein a Firenze città, proprio laddove le persecuzioni antiebraiche furono particolarmente efferate e alto il numero dei deportati ad Auschwitz: più di trecento persone, di cui solo una quindicina tornarono. Probabilmente risulta difficile attivare una politica della memoria efficace che metta insieme le molte volontà che occorrono per realizzare le Stolpersteine: comune, famiglie dei deportati, enti di ricerca, comunità ebraica locale, Associazione Nazionale degli ex Deportati. Di fatto emerge una mancata sensibilità e una comprensione carente non solo delle deportazioni − razziali e politiche − come aspetto della violenza quotidiana perpetrata in Italia sotto l’occupazione nazista e il governo di Salò, ma anche della valenza conoscitiva e pedagogica che il monumento diffuso delle Stolpersteine potrebbe assumere. Basti pensare che nella vicina Prato − il dato non può non stupire − le pietre d’inciampo sono attualmente quaranta: una in memoria dell’unico ebreo lì arrestato − l’orologiaio Mario Belgrado − e tutte le altre dedicate ai numerosi deportati politici catturati come rappresaglia in seguito allo sciopero del marzo 1944.124 Evidentemente in questo caso, una compattezza istituzionale maggiore, il lavoro scientifico accurato del piccolo ma agguerrito Museo della Deportazione di Figline125 e la consapevolezza diffusa nella comunità locale che le deportazioni del 1944 furono una violenza subìta collettivamente e collettivamente esecrata hanno reso più facile ed efficace la posa delle pietre d’inciampo.
6. Le “epurazioni” nell’ateneo fiorentino
Nel territorio fiorentino, seppur tardivamente, una maggior sensibilità si è manifestata nelle epigrafi sul tema della promulgazione delle leggi antisemite del 1938, quando gli ebrei italiani e stranieri si trovarono costretti a vivere deprivati dei loro diritti e in un regime di apartheid.126 Pur con una certa discontinuità tematica e nate da istanze diverse, queste lapidi riescono in ogni caso oggi a disegnare una mappa utile a documentare alcune fasi della persecuzione antiebraica. L’insieme dei provvedimenti antisemiti del 1938 seguiva a un anno di distanza la prima legge razzista del fascismo, pochissimo presente alla memoria pubblica, emanata nell’aprile del 1937 contro il meticciato e per la «tutela della razza», che proibiva matrimoni e convivenze fra italiani e abitanti di colore delle colonie.127 Infine pochi mesi dopo a seguito di una martellante campagna stampa antisemita, che trovò nel regime molti attivisti e sostenitori, a essere colpiti dalla legge furono gli ebrei. Con un insieme di norme ritenute «di necessità urgente e assoluta» si vararono nel novembre del 1938 i “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”.128 Il legislatore, che già aveva provveduto poche settimane prima a “de-ebreizzare” scuole e università, si applicava ora alla società intera. Dopo aver definito su base biologica chi erano gli ebrei129 e aver tassativamente proibito «a difesa della pura stirpe italiana» i matrimoni fra ebrei e “ariani”, furono varate una serie di norme volte a strutturare la separatezza permanente e la ghettizzazione della minoranza ebraica. Non senza una certa fantasia, le circolari applicative vietarono agli ebrei dal 1938 in poi qualunque forma di vita normale: frequentare biblioteche e centri sportivi; avere il proprio nome sull’elenco telefonico; poter pubblicare necrologi sui giornali; disporre di personale "ariano" al proprio servizio; villeggiare in località rinomate. Si trattò di una persecuzione dei diritti minuziosa e pervasiva, che ebbe risvolti pesanti anche sul piano dei beni: perdita del lavoro (per esempio, per tutti i dipendenti dello stato) e limitazione dei diritti proprietari per chi possedeva beni immobili o aziende.
Sulla scorta di una maggiore sensibilità a queste tematiche e anche grazie agli studi coordinati da Enzo Collotti che hanno ricostruito contesti, vicende, protagonisti e conseguenze delle leggi antisemite sul territorio toscano,130 l’ateneo fiorentino il 15 giugno 1999 posò una lapide nell’atrio del rettorato in piazza San Marco (Fig. 10), la prima dopo sessantun’anni dall’annus terribilis del 1938, dedicata a docenti, lettori e studenti allontanati dall’università in seguito alle leggi razziali. Il testo recita così: NEL 1938 A SEGUITO DI INIQUE LEGGI RAZZIALI
PROFESSORI RICERCATORI STUDENTI DI FEDE EBRAICA
FURONO COSTRETTI A LASCIARE L’INSEGNAMENTO E L’UNIVERSITA’

L’ATENEO FIORENTINO
RICORDANDO QUESTO TRISTE MOMENTO DELLA PROPRIA STORIA
RENDE OMAGGIO
A TUTTI COLORO CHE SONO STATI DISCRIMINATI
PER IL LORO ESSERE ED IL LORO CREDERE
E RICORDA A DOCENTI E STUDENTI
CHE IL RISPETTO DELL’UOMO E DELLA SUA COSCIENZA
É VALORE FONDANTE
DI OGNI PROCESSO FORMATIVO
E DI OGNI ORDINATA E LIBERA CONVIVENZA UMANA
APRILE 1999
Dal punto di vista storico, l’epigrafe contiene alcune inesattezze e qualche omissione. Fra le prime occorre precisare − non è cosa da poco − che non fu la «fede ebraica» l’elemento comune degli esclusi, il cui novero comprendeva ebrei laici non osservanti, non credenti e financo ebrei convertiti ad altre religioni. In realtà le convinzioni religiose nulla contarono nell’ideologia antiebraica degli anni Trenta: la cultura politica antisemita si basava sul moderno antisemitismo biologico, fin dalla metà dell’Ottocento edificato su teorie pseudoscientifiche che teorizzavano come perniciosa e distruttiva la presenza ebraica di per sé. Coloro che discendevano per via ereditaria − di sangue − da altri ebrei, venivano catalogati come ebrei, del tutto indipendentemente dalla fede religiosa professata. Spicca dunque nella lapide l’assenza del concetto di questo antisemitismo −l’ideologia sottesa alle leggi del 1938 − e ancor più la mancanza di ogni accenno al fascismo di cui manca persino il termine. Il regime che introdusse in Italia l’antisemitismo di stato come parte essenziale del proprio programma politico qui è omesso. A qualcuno disinformato dei fatti potrebbe parere che le «inique leggi razziali» fossero piovute dal cielo direttamente sull’ateneo fiorentino. In realtà l’antisemitismo fascista promosse nelle università e nelle accademie un’epurazione antiebraica drastica e massiccia che significò una perdita storica per il complessivo patrimonio culturale del nostro paese con conseguenze negative che si sarebbero risentite non solo nell’immediato, ma nel futuro degli studi italiani in ogni campo.131 Tra gli epurati si trovavano studiosi illustri a conferma tanto di «un’alta presenza ebraica nel campo dell’alta cultura», quanto della «pedante acrimonia del meccanismo persecutorio».132 I professori espulsi dalle Università del Regno furono novantasei; ad essi si aggiunsero più di quattrocento fra incaricati, liberi docenti, lettori, aiuti ed assistenti.133 A fronte di questo improvviso e consistente esodo non si possono nemmeno annoverare vibranti proteste da parte dei colleghi in difesa di coloro che allora di punto in bianco venivano esclusi dalla vita accademica. Le modalità di espulsione si svolsero in un silenzio quasi tombale e furono improntate a una «linea decisamente radicale»134 di «purificazione razzistica»,135 fortemente voluta dal ministro dell’educazione nazionale Giuseppe Bottai (1895-1959), non solo per un’esibizione strumentale di fede politica ma anche per la centralità strategica che scuola e università avevano sempre rivestito nell’ottica del regime. L’ateneo fiorentino si uniformò con efficienza e perfetta tempistica: i docenti «dispensati dal servizio» furono trentanove: cinque ordinari, un emerito, sette incaricati, sedici liberi docenti, dieci assistenti, oltre ai lettori, al personale non docente e a decine di studenti (Fig. 11). Fra i docenti espulsi dall’ateneo fiorentino, molti andarono all’estero. Le mete furono le più diverse: per la Palestina partirono lo psicologo Enzo Bonaventura (1891-1948); il rabbino Elia Artom (1887-1965), allievo del rabbino Samuel H. Margulies e libero docente di ebraistica; il fisico Giulio Racah (1909-1965); il pediatra Alessandro Fiano; il libero docente di filosofia Isacco Sciaky (1896-1979). Quest’ultimo, «enfant terrible del sionismo italiano»,136 apparteneva alla corrente di Vladimir Jabotinskij137 laica e di destra. «Grande ammiratore dell’Italia e della cultura italiana»,138 segnatamente di Cavour per il suo laicismo, Sciaky era giunto a Roma nel 1917 dove aveva studiato filosofia con Giovanni Gentile ed Ernesto Bonaiuti collaborando coi gruppi sionisti, prima di diventare insegnante nei licei e all’università e infine nel 1939 trasferirsi in Eretz Israel. Per gli espulsi che partirono per la Palestina, la decisione non nasceva dal nulla, anzi la ricerca della salvezza e la possibilità di continuare a lavorare si legarono inestricabilmente al coronamento di un percorso di convinta adesione all’ebraismo e al sionismo, che aveva in molti casi precocemente determinato anche le distanze dal regime. Nessuno tornò a vivere in Italia dopo la guerra.139 Tra coloro che finirono in Palestina c’era Giulio Racah, fiorentino di nascita e di formazione, che fu anche assistente di Fermi a Roma. Giovanissimo era diventato docente di fisica teorica a Firenze, per passare poi nel 1937 all’ateneo pisano, proprio poco prima di esserne cacciato. Racah andò a insegnare fisica teorica alla Hebrew University di Gerusalemme dove fu accolto su raccomandazione di Albert Einstein, Niels Bohr, Enrico Fermi e Wolfgang Pauli140 e dove divenne una figura eminente della fisica a livello internazionale. Enzo Bonaventura, altro espulso, a Firenze era incaricato di psicologia sperimentale e direttore dell’omonimo istituto, segretario della Società italiana di psicologia e presidente della sezione fiorentina. Fu tra i primi divulgatori in Italia delle teorie psicoanalitiche: poco prima del suo allontamento dall’università, aveva pubblicato infatti «una poderosa sintesi del pensiero di Freud»141 non priva di spunti critici verso i seguaci della prima ora, a suo parere limitati nella comprensione del pensiero freudiano e delle sue potenzialità da una formazione prevalentemente medica.142 Bonaventura era stato anche una figura di primo piano del sionismo italiano. Si era adoperato negli anni Trenta per prestare aiuto agli ebrei profughi che cercavano rifugio in Italia e aveva partecipato in modo attivo alla vita della Comunità ebraica di Firenze, di cui fu per anni consigliere. All'indomani delle leggi razziali, si trasferì a Gerusalemme, dove contribuì allo sviluppo del sistema educativo del paese e alla creazione del dipartimento di psicologia della Hebrew University. Nell’aprile del ’48 finì assassinato in un agguato palestinese al convoglio dell’Hadassah.143 Appare oggi grottesco che poco prima delle leggi razziali − nell’anno accademico 1937-1938 − Bonaventura avesse ricevuto dalle stesse autorità accademiche che lo avrebbero senza remissione estromesso dopo pochi mesi, il «premio di operosità scientifica».144 La sua drammatica fine è ricordata anche in una lapide posata nel giardino della sinagoga fiorentina.145 Per chi non era sionista e aveva speso tutta la propria vita negli studi e nel magistero della docenza, non ci furono vie d’uscita possibili. Ludovico Limentani (1884-1940), ordinario di filosofia morale, era una «presenza tanto intensa quanto discreta»146 di «positivista eretico».147 Aveva coniugato i contributi più nuovi delle scienze umane, specificamente la sociologia e la psicologia, con la ricerca sull’etica. Studioso di Giordano Bruno, ampliò il campo d’indagine lasciando «un’impronta durevole nella storiografia filosofica»148, contribuendo «fortemente a delineare il clima filosofico fiorentino».149 Significativamente Eugenio Garin, oltre che sodale in un’amicizia durata fino alla morte di Limentani nel 1940, era stato suo allievo e assistente, e così veniva descritto dal suo maestro: [Garin:] uno de’ miei migliori scolari, l’anno scorso mio assistente: ho desiderato io stesso che mi succedesse come incaricato sulla cattedra di filosofia morale, quando la ho dovuta lasciare per motivi razziali.150 La facoltà di giurisprudenza perse Federico Cammeo (1872-1939), ordinario di diritto amministrativo, preside di facoltà dal 1935 al 1938: maestro indiscusso e venerato, [...], principe del Foro, Accademico d’Italia, Preside della facoltà di Giurisprudenza a Firenze, tutto ad un tratto si trovò senza posizione, senza cattedra, espulso dalle Accademie, non poteva frequentare neppure le biblioteche, non poteva più neanche pubblicare. E tutti coloro che il giorno prima lo ossequiavano ora gli si allontanavano o incontrandolo facevano finta di non conoscerlo, come fosse un appestato.151 A nulla era valso a Cammeo essere stato uomo d’ordine, non aver mai avversato il fascismo, aver preso la tessera del PNF,152 aver donato la medaglia d’oro vaticana alla patria.153 A nulla era valso aver intrattenuto intensi rapporti con la Santa Sede durante l’elaborazione, a lui affidata con fiducia indiscussa, del nuovo ordinamento giuridico della Città del Vaticano.154 Proprio la legge che Cammeo sempre aveva «studiato e venerato (…), di punto in bianco lo toglieva dal mondo, o peggio lo privava di tutto ciò per cui aveva speso una vita!».155 Il giurista morì non molto tempo dopo la sua cacciata dall’università: «certamente alla sua fine concorse in maniera decisiva la persecuzione razziale»,156 assieme all’estrema preoccupazione per il figlio Cesare affetto da una disabilità. Anch’egli fu estromesso nel 1938 dal suo posto di assistente volontario di diritto civile. Dopo la morte del padre crebbe la sua disperazione e infine, non molto tempo dopo il genitore, nel febbraio del 1941 si suicidò.157 La notizia colpì e addolorò Piero Calamandrei che così annotava nel suo diario il 14 febbraio 1941: anche questo sangue di questo povero ragazzo ricade sull’unico responsabile: il responsabile di tutta la cattiveria che ha tormentato tanti innocenti. Ecco una famiglia distrutta: Cammeo cinque anni fa era all’apice della fama e dell’autorità: e, nel suo cinismo, in questo povero ragazzo aveva il suo fine d’affetto, la sua tenerezza. Non ne parlava senza commuoversi. Ora spazzato tutto: il funerale di [Federico] Cammeo alla macchia, il suicidio del figlio, il genero esule va in Inghilterra.158 Calamandrei aveva ragione: il funerale del celebre giurista era stato disertato: nessun gonfalone universitario, presenti solo «i parenti e quattro o cinque amici».159 Proibiti per legge i necrologi degli ebrei sui quotidiani, non fu possibile commemorare Cammeo neppure sulla «Rivista di diritto processuale e civile» che il giurista Francesco Carnelutti dirigeva e a cui lo stesso Calamandrei collaborò.160 Il gerarca antisemita Farinacci provvide ad avvertire Carnelutti che, se avesse osato pubblicare il necrologio di Cammeo, la rivista sarebbe stata soppressa.161 Ma il suicidio del figlio non fu la sola tragedia postuma che a Cammeo fu risparmiata dalla sua morte. Nel momento di massimo pericolo per gli ebrei, la sua figlia maggiore Maria (1902-1944), sua moglie Clotilde Levi (1879-1944) e una cognata, Lina Levi (1878-1944), furono arrestate e deportate. La figlia superstite, Elisa Cammeo Banci, di fronte alla deportazione della madre, della sorella e della zia, si rivolse al Papa che le fece sapere di essere nella impossibilità di aiutare le sue congiunte arrestate».162 A chiudere la vicenda delle disgrazie dei Cammeo, va aggiunto ciò che ci consegnano le testimonianze di due donne resistenti del Partito d’Azione, Silvia Facca163 e Bice Paoletto,164 entrambe arrestate dalla “banda Carità” verso la fine del febbraio 1944. Nella loro prigionia furono entrambe testimoni oculari delle sevizie subite da alcune donne ebree catturate, tra queste c’era anche la quarantaquattrenne figlia di Cammeo, che «fu picchiata selvaggiamente dai militi delle SS italiane al servizio dei tedeschi»165 e il cui viso «quando arrivò in prigione non aveva più lineamenti e in conseguenza dei colpi ricevuti, l’occhio destro rimase leso in maniera definitiva».166 Maria Cammeo fu infine deportata a Fossoli e poi, con la madre, il 26 giugno 1944 ad Auschwitz dove entrambe trovarono la morte.167
7. Il caso di Riccardo Dalla Volta
Il regime procedette rapidamente, come si è visto, nella direzione di un «allontanamento completo e capillare»168 di tutti i docenti ebrei, provvedendo a tenere lontani dall’università anche i professori emeriti, che non si poterono espellere perché già in pensione e a cui peraltro non fu ritirata l’onorificenza. Tuttavia i rettori avevano ricevuto in merito direttive assai precise: dovevano evitare che «i professori [emeriti] di razza ebraica partecipassero in qualsiasi modo alla vita dell’università […] sia della normale vita delle cliniche, istituzioni, laboratori, ecc., sia di speciali manifestazioni o cerimonie»169. Persino i nomi degli emeriti dovevano essere accuratamente esclusi dagli annuari universitari e, in caso di morte, non doveva esserne data notizia.
A Firenze questa programmatica damnatio memoriae colpì l’economista Riccardo dalla Volta (1862-1944) che era stato un accademico prestigioso. Docente di scienza delle finanze e poi di economia politica, aveva diretto a lungo fin dal 1909, l’Istituto superiore fiorentino di scienze sociali “Cesare Alfieri”, divenendo in seguito preside alla facoltà di economia e commercio dal 1926 fino al suo pensionamento nel 1934;170 fu inoltre presidente dell’Accademia dei Georgofili dal 1918 al 1926. Nominato professore emerito, con l’avvento delle leggi antisemite fu completamente estromesso da ogni aspetto della vita accademica.171 Anche nel suo caso non contò aver aderito negli anni Venti con convinzione al fascismo, da lui interpretato come argine indispensabile alle lotte sociali, «come opera necessaria, riformatrice e ricostruttrice ad un tempo»,172 soprattutto relativamente alla disciplina dei rapporti di lavoro. Come era accaduto a molti intellettuali di quella generazione, anche per Dalla Volta l’antigiolittismo aveva nutrito «un radicato disprezzo per la democrazia»,173 che lo condusse non solo all’accettazione piena del regime ma anche ad assumere il ruolo dell’«intellettuale funzionario»,174 riformista certamente ma «arreso alla soluzione autoritaria».175 Purtroppo, come è noto, la vicenda biografica dell’economista ebbe un esito quanto mai drammatico. Dopo la completa espulsione dalla vita accademica, a ottantadue anni Dalla Volta morì per mano del nazifascismo. Insieme con la figlia Margherita,176 quando le persecuzioni presero a infuriare, il vecchio professore ormai vedovo scelse di non fuggire dalla città. Lasciò la sua grande casa fiorentina e si trasferì in una pensione non lontana dal centro, credendo forse di essere al sicuro e di sfuggire alla caccia perpetrata contro gli ebrei da tedeschi e militi della RSI. I Dalla Volta non avevano adottato neppure il fragile baluardo dei documenti falsificati e tutti li conoscevano nella loro vera identità. Anche un altro figlio dell’anziano professore, Enrico Dalla Volta177 aveva seguito la strategia difensiva del padre e della sorella e, con la moglie Lydia Vitale, si era rifugiato in un’altra pensione in centro città, a due passi dalla basilica fiorentina di Santa Croce. La mattina dell’8 febbraio 1944 proprio questo figliolo del professore fu arrestato per primo, «da un tale che dichiarò di chiamarsi maresciallo Lorenzo Francia e si qualificò per giornalista incaricato dalle SS tedesche».178 Questo stesso Francia all’atto dell’arresto depredò seduta stante la sua vittima di tutto: soldi, anello matrimoniale, penna stilografica, tessere varie, orologio d’oro, carte personali. Poi corse alla pensione per cercare di arrestare anche la moglie di Enrico Dalla Volta, ma la donna era potuta «fortunatamente fuggire a tempo»179 e non fu trovata. A quel punto il Francia procedette alla razzia di tutti i beni dei Dalla Volta, asportandoli sistematicamente sia dalla pensione che da casa loro. Ma la sequela degli arresti familiari non si fermò: alle due del pomeriggio di quello stesso 8 febbraio, presso la pensione in cui erano rifugiati l’anziano professore e la figlia, si presentò «un signore in borghese, dicendo che era un cugino dei Dalla Volta e il portiere lo indirizzò alle camere da loro occupate».180 Arrivarono subito dopo «un altro agente italiano in borghese e un militare germanico»181 e li arrestarono. Pare che questi agenti − che in base al modus operandi è abbastanza ragionevole identificare in una delle formazioni italiane dipendenti dall’Ufficio di Sicurezza del Reich − cercassero solo Margherita Dalla Volta e solo a lei avessero ingiunto di seguirli al comando SS. Ma il padre Riccardo «nel nobile intento di ottenere la liberazione della figliola, li seguì».182 Purtroppo non riuscì nel suo proposito e fu anch’egli trattenuto. La notizia dell’arresto si diffuse in città anche se in ritardo, filtrata dagli ambienti della questura.183 In quella stessa giornata dopo la cattura, il professore e i due figli si ritrovarono insieme in prigione e insieme li ritroviamo, nella vicinanza burocratica della numerazione di uno degli elenchi tedeschi in cui si teneva precisamente il conto degli ebrei catturati.184 I militi italiani nei giorni successivi procedettero alla razzia sistematica dei beni di proprietà dei Dalla Volta, mentre i tre catturati furono avviati insieme a Fossoli il giorno dopo l’arresto, il 9 febbraio 1944,185 e in seguito deportati ad Auschwitz. Ma per l’ultimo viaggio al campo di sterminio partirono in date diverse: Margherita ed Enrico Dalla Volta il 22 febbraio 1944, mentre il loro padre, il vecchio professore, lasciò Fossoli più di due mesi dopo, il 4 aprile 1944, quando molto probabilmente i suoi due figli erano già stati entrambi assassinati. L’anziano economista li seguì nella stessa sorte il 10 aprile, ucciso nel campo di sterminio subito all’arrivo.186 Nel primo dopoguerra, quando si avviò il processo di epurazione del personale fascista con la formazione nei luoghi di lavoro di commissioni che procedevano all’esame delle posizioni politiche sospette, Mario Marsili Libelli, docente di scienza delle finanze, inquisito in quanto rettore all’Università di Firenze sotto la rsi, nel tentativo di esibire titoli in suo favore tirò fuori i propri meriti filoebraici, come spesso allora capitava. In un Memoriale del dicembre 1944, diretto alla Commissione per l’epurazione del personale universitario, Marsili Libelli affermò di aver tentato la liberazione di Riccardo Dalla Volta una volta venuto a conoscenza del suo arresto, rivolgendosi con il prof. Mazzei al console tedesco Gerhard Wolf, «una degna persona, che si prestava volenterosamente ogni qual volta fosse richiesto il suo aiuto per rimediare a qualche intolleranza tedesca o fascista».187 Ma la «degna persona», dopo aver manifestato ai postulanti «la difficoltà di tirar fuori dalle mani delle SS chicchessia»188 e pur avendo in seguito interessato anche l’ambasciatore del Reich, nulla poté ottenere, se non fornire informazioni intorno alle «peregrinazioni di quegli infelici per i vari campi di concentramento dell’Italia superiore».189 Marsili Libelli in ogni caso vantò di aver salvato del suo collega economista almeno la ricca biblioteca, che stava per essere destinata all’Istituto fascista di cultura e che egli invece riuscì a far assegnare all’Università di Firenze, merito che gli venne peraltro riconosciuto nella sentenza interamente assolutoria della commissione per l’epurazione.190 Oggi quella biblioteca, «uno dei due nuclei costitutivi della ex biblioteca di economia dell’Università di Firenze»,191 che comprendeva originariamente circa seimila volumi monografici, è stata recuperata e il 2 ottobre 2013 è stata presentata e resa disponibile al pubblico.
8. Attilio Momigliano, italianista
Nel 1997 in ricordo dell’italianista Attilio Momigliano, anch’egli cacciato dall’università in seguito alle leggi antisemite, il Comune di Firenze affisse una targa sulla parete esterna della casa dove il professore abitò fino alla morte, nella tranquilla via fra’ Giovanni Angelico al n. 4 (Figg. 12 e 13).
QUI VISSE E SCRISSE
ATTILIO MOMIGLIANO
MAESTRO DI CRITICA LETTERARIA
CHE DALLA GRANDE POESIA ITALIANA
TRASSE CERTEZZA DELLA UMANITÀ DELLA PATRIA
E CONFORTO ALLA PERSECUZIONE RAZZIALE
1883-1952
IL COMUNE DI FIRENZE 1997
Il «conforto» della letteratura Momigliano l’aveva senza dubbio posseduto e mantenuto, pur a caro prezzo, anche nei brutti frangenti della «persecuzione razziale» che tuttavia, anche in questa epigrafe, risulta del tutto disgiunta dal regime politico che la promulgò per legge. Registriamo questa curiosa difficoltà a nominare il fascismo sulle lapidi che potrebbe forse derivare da una volontà encomiabile di damnatio memoriae verso il regime, ma che invece, nell’intenzione pedagogica che la scrittura epigrafica rappresenta, finisce per assomigliare di più a una colposa rimozione. Attilio Momigliano (1883-1952), ebreo piemontese di Ceva (Cuneo), fin dal 1922 era diventato docente di letteratura italiana. Aveva insegnato presso le università di Catania, Pisa e infine Firenze. Acuto commentatore di classici, fu autorevole maestro di molti illustri allievi tra cui Aldo Capitini, suo assistente volontario, Raffaele Spongano, Piero Bigongiari, Vittore Branca e, nel dopoguerra Ernesto Balducci, che lo conobbe nel dicembre 1944.192 Momigliano era stato sfavorevole al regime ma senza enfasi. Tuttavia la sua lontananza dall’agone politico non gli impedì nel 1925 di figurare fra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce. Nel 1931 invece fu tra quanti cedettero al regime e giurarono, sia pur sotto ricatto, la loro fedeltà al fascismo. Come Momigliano, molti intellettuali antifascisti figurarono in questa schiera: da Arturo Carlo Jemolo a Guido De Ruggiero, da Piero Calamandrei ad Adolfo Omodeo, da Giuseppe Levi a Federico Chabod, da Giuseppe Lombardo Radice a Giacomo Devoto, da Tullio Ascarelli a Giuseppe Rensi, da Guido Calogero a Giulio Einaudi e Concetto Marchesi. Solo dodici docenti italiani rifiutarono il ricatto e persero di conseguenza la loro cattedra.193 In ogni caso ai tempi della martellante propaganda antisemita, Momigliano era considerato abbastanza antifascista e abbastanza in vista come italianista da esser diventato l’oggetto di specifici attacchi antisemiti. Tra i più accaniti suoi detrattori, troviamo i “gufini” del periodico pisano «L’Idea Fascista»194 che combattevano in lui con particolare accanimento anche il maestro unanimemente stimato e amato dai suoi allievi. E ben si comprende considerando che negli anni Trenta il critico ebreo era diventato uno dei più importanti cattedratici del suo campo [...]: il più autorevole esperto di uno scrittore cardine per l’identità nazionale come Alessandro Manzoni, l’autore di una Storia della letteratura italiana di grandissimo successo, oltre che elzevirista del maggiore quotidiano nazionale, il Corriere della Sera.195 Quando infine le leggi antiebraiche vennero attuate e Momigliano cacciato dall’ateneo fiorentino, la sua cattedra fu proposta “per chiara fama” a Giuseppe De Robertis (1888-1963) che fu ben lieto di accettarla. In realtà in prima battuta era stata offerta allo scrittore comasco Massimo Bontempelli (1878-1960) che, quasi unico fra i docenti subentrati ai colleghi ebrei espulsi, platealmente rifiutò. Futurista, decorato nella Grande Guerra, accademico d’Italia dal 1930, Bontempelli aveva aderito con convinzione al fascismo divenendo un intellettuale del tutto organico al regime e un «personaggio preminente della cultura letteraria militante».196 Tuttavia sul finire degli anni Trenta maturò prima «il distacco e poi la sua opposizione»197 al fascismo e specialmente alla campagna razziale. Un polemico discorso tenuto a Pescara nel novembre 1938 in memoria di D’Annunzio (il vate era morto il 1° marzo di quello stesso anno) gli valse infine l’espulsione dal Partito nazionale fascista.198 Quanto a Momigliano, dopo la perdita della cattedra, rinunciò a trasferirsi all’estero pur avendo ricevuto qualche offerta, e invece sotto lo pseudonimo di Giorgio Flores, continuò sporadicamente a lavorare, pur nella morte civile a cui era stato condannato. Quando dopo l’8 settembre 1943 gli occupanti nazisti e i fascisti di Salò catturavano e deportavano gli ebrei, Momigliano e la moglie Haydée Sacerdoti si rifugiarono dapprima a Bologna, quindi a Città di Castello e infine a San Sepolcro (Arezzo), dove rimasero a lungo nascosti nell’ospedale cittadino situato allora in via della Misericordia. Il direttore della struttura, il dottor Raffaello Alessandri199 tra la fine del 1943 fino alla liberazione di San Sepolcro nel luglio del 1944, si adoperò in ogni modo per rendere il suo ospedale un sicuro rifugio per soldati inglesi, prigionieri slavi, ricercati politici, militari fuggiti dai campi di prigionia, ebrei in fuga. E proprio dentro l’ospedale biturgense i Momigliano vissero per otto mesi, in una stanza sulla cui porta per scoraggiare incursioni tedesche, il dottor Alessandri aveva fatto apporre un cartello con la scritta “tifo”. Alla salvezza dei Momigliano come degli altri perseguitati, oltre al primario, concorsero medici e infermieri e alcuni sacerdoti, fra cui don Duilio Mengozzi.200 A una di queste persone, un medico biturgese che aveva perso la vita, Momigliano grato, dedicò significativamente il suo commento della Gerusalemme liberata a cui proprio a San Sepolcro aveva lavorato: «Alla memoria del dottor Carlo Vigo ucciso da una mina tedesca dopo una vita breve e generosa».201
Una recente epigrafe (Fig. 14), voluta da Pro loco e ANPI (Associazione Nazionali Partigiani Italiani), posata significativamente il 25 aprile 2016, rievoca oggi a San Sepolcro salvati e salvatori: IN QUESTI LOCALI DOVE EBBE SEDE
L’OSPEDALE CIVICO
MEDICI SUORE INFERMIERI
SOTTO LA GUIDA DEL DIRETTORE
RAFFAELLO ALESSANDRI
DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE
SI PRODIGARONO GENEROSAMENTE
PER ALLEVIARE LE SOFFERENZE
DI RICERCATI E PERSEGUITATI POLITICI

RISCHIANDO LA PROPRIA VITA
PER OTTO MESI NASCOSERO
E SALVARONO DAI CAMPI DI STERMINIO
IL CRITICO LETTERARIO
ATTILIO MOMIGLIANO
E LA MOGLIE HAYDÉE SACERDOTI

25 APRILE 2016
ASSOCIAZIONE “VIVERE A BORGO SAN SEPOLCRO”
SEZIONE A. N. P. I. SAN SEPOLCRO
Nella vita pubblica e accademica Momigliano in tempi di roboanti protagonismi era stato una presenza per niente perentoria. Si presentava agli allievi «per segni minimi e profondamente suggestivi», non coltivava polemiche e possedeva «un’aura di cortesia antica che imponeva riserbo».202 Ebbe un’esistenza apparentemente umbratile, «vissuta tutta nel privato, laddove invece essa comportò un continuo confronto con situazioni non private» come la sopportazione del «supplizio civile»203 delle persecuzioni e le loro conseguenze. In questo confronto con i mali storici del suo tempo, il critico piemontese dimostrò «forza morale» e «per quanto intima e segreta, una certa e sicura grandezza d’animo».204 Molti suoi allievi hanno testimoniato che, sottesa a una mite riservatezza, Momigliano rivelava invece una gran forza di carattere, «esempio di nobiltà morale e integrità civile»,205 dispiegata anche nelle dolorose vicende postbelliche familiari: prima la malattia e la morte della moglie e subito dopo la medesima propria consapevole dipartita.206 Nella stanza dell’ospedale di San Sepolcro, tra il terrore delle «orde dell’Anticristo»207 e le privazioni, Momigliano aveva diviso «il suo tempo di angoscia fra l’assistenza alla moglie malata, e il commento alla Gerusalemme, nella cui premessa scriveva nell’ottobre 1944, a liberazione avvenuta: Devo al Tasso e a Dante le due o tre ore di assenza che la sorte mi concedeva quasi ogni giorno. Nel pomeriggio, mentre mia moglie si assopiva dopo gli assidui terrori del giorno e della notte, io dimenticavo che ad ogni minuto un calcio improvviso poteva spalancare la mia porta, e mi sprofondavo a poco a poco nel mondo lontano della poesia. Devo dire che, se per questa io sono sempre vissuto, per questa soltanto sono sopravvissuto.208 È «un’affermazione insieme sommessa e recisa, discretissima e risoluta»,209 un esile segnale autobiografico, che non discende solo dall’emergenza storica appena vissuta, ma risale fino agli anni della giovinezza di Momigliano quando analogamente confidava alla moglie: «la realtà richiede da noi solo la superficie; l’intimo rimane della poesia, che è la ragione della nostra vita».210 Proprio da questa visione della poesia come ragione esistenziale di salvezza, affiora sottotraccia una poetica, una «segreta inespressa, ma operante filosofia della critica e della lettura»:211 il rispetto dei testi che con devozione e rigore il critico «esegue».212 Questo rispetto integrale porta Momigliano − non va dimenticato che aveva frequentato a Torino la lezione di Arturo Graf − verso posizioni non assimilabili al crocianesimo, proprio per l’importanza che da fedele interprete assegnava alla prospettiva storica. Momigliano «aveva il senso […] della storicità misteriosa, la temporalità nascosta del testo»,213 la sua origine, gli stessi richiami intertestuali, presenti per esempio nel commento manzoniano, sono tutti «dentro una linea storiografica»214 che crociana non è. Per restituire un’immagine meno convenzionale del critico piemontese, vale infine la pena di rievocare, sulla scorta di Raimondi, il suo interesse fin dai primi del Novecento per il comico215 «tema cruciale per la cultura europea dell’epoca (il saggio sul riso di Bergson è del 1900)».216 L’editore modenese dei “Classici del ridere”, Angelo Fortunato Formiggini (1878-1938), subito captò il lavoro di Momigliano e pubblicò nel 1913 un’antologia di Carlo Porta curata dall’allora giovane critico.217 Nello stesso anno il medesimo versatile editore pubblicava nella collana di filosofia e pedagogia anche un saggio sul comico di Giulio Augusto Levi,218 ascrivibile alla «lussureggiante fioritura di interessi ebraici per la ‘filosofia del ridere’ proprio negli anni decisivi del passaggio dal positivismo all’idealismo».219 In dialogo con Pirandello da un lato e Formiggini dall’altro, in Momigliano l’umorismo «cominciava presentarsi, anche se non veniva dichiarato, come una dimensione metafisica dell’uomo e della sua interna negatività con o senza implicazioni religiose».220 È sempre Ezio Raimondi a riconoscere in Momigliano una vocazione meno armonica di quella che molti gli hanno attribuito e come «il suo movimento tranquillo», in consonanza con l’amato Manzoni, sia solo una delle facce del critico. L’altra, più nascosta, sarebbe quella dell’«inquietudine» e della «radicalità drammatica del pensiero».221 La restituzione delle cattedre ai docenti ebrei espulsi dalle università e sopravvissuti alla Shoah o esiliati all’estero rappresentò un capitolo contradditorio e vischioso del dopoguerra, in cui i tradizionali conflitti accademici si intrecciarono con malcelata diffidenza, persistenti malanimi e intramontabili pregiudizi. Il ritorno fu difficile: chi tornava agli studi era sopravvissuto ma segnato dalle vicissitudini passate e dai lutti patiti. «La gioia e il sollievo della liberazione non potevano cancellare l’angoscia per l’obbrobrio che si era appena rivelato, la delusione e il disgusto per chi ne era stato corresponsabile».222 Momigliano condivise questo «difficile rientro», ritrovandosi per la sua cattedra di letteratura italiana all’Università di Firenze non senza amarezza nel «ruolo fastidioso ed imbarazzante di professore soprannumerario», che toccò a lui, invece che a De Robertis che gli era subentrato nel 1938.223 La legge del maggio 1946 sanciva infatti definitivamente che ai professori cacciati per ragioni razziali non sarebbe spettata la reintegrazione di diritto nel posto che occupavano prima, ma solo la soprannumerarietà, provvedimento che salvaguardava in primis la posizione di chi era subentrato in grazia delle leggi antisemite.224 La debolezza dei governi antifascisti del dopoguerra e il consueto tenace corporativismo accademico determinarono queste reintegrazioni di basso profilo. Ma l’istituzione universitaria rivelava anche qualcosa di più: il permanere di un’eredità opaca e vischiosa, «il rifiuto di prendere atto di quel che era successo nel 1938», la negazione del «proprio passato più oscuro», un offuscamento del proprio stesso magistero che aveva mancato sul terreno cruciale della difesa dell’autonomia e della libertà degli studi.
9. Il rettore Serpieri
Il rettore dell’ateneo fiorentino che in ottemperanza alle leggi antisemite era stato il diretto esecutore dei provvedimenti di espulsione di docenti e studenti ebrei, era Arrigo Serpieri (1877-1960).225 Studioso di economia agraria, sotto il fascismo fu deputato, senatore, due volte sottosegretario al ministero dell’agricoltura. Fu un fascista “rurale”, un «tecnocrate» impegnato nella bonifica,226 sempre ligio al regime. Anche in relazione all’applicazione delle leggi razziali, la sua consonanza con le norme previste così si esprimeva nel discorso di inaugurazione dell’anno accademico 1938-1939:
Il drammatico periodo storico che attraversiamo rende necessario ad ogni popolo di alta civiltà che non voglia morire di stringer le file per mantenere pura e compatta la propria unità spirituale contro ogni forza inquinatrice e disgregatrice […]. È in questo clima storico che acquista il suo profondo significato il comando del Duce per la difesa della nostra razza: difesa che − se trova una sua base ed una sua forza anche in dati fisici e biologici, poiché l’uomo è uno, materia e spirito − è tuttavia difesa di valori spirituali; cioè, ancora, della verità di Roma, della verità stessa dell’Italia Fascista. Formare legioni compatte, moralmente integre, pure da ogni inquinamento straniero […], tale è oggi il più alto compito della scuola italiana.227 Contestualmente il rettore Serpieri, in ottemperanza alle raccomandazioni governative, si preoccupava anche di promuovere iniziative pubbliche per divulgare «l’impostazione generale e storica della dottrina fascista della razza», raccomandando caldamente ai «camerati dell’Ateneo» di essere «tutti presenti» (Fig. 15).228 Alla liberazione Serpieri fu sospeso dall’insegnamento universitario e dallo stipendio. Ma Paolo Eustachio Lamanna (1885-1967), che a sua volta negli anni Trenta aveva aderito al fascismo e che nel luglio 1948 deteneva la cattedra di storia della filosofia ed era preside di facoltà (dal 1953 fino al 1961 sarebbe stato rettore dell’ateneo fiorentino), inviò una nota al ministero della pubblica istruzione con la quale comunicava che il 26 giugno 1948 il Senato Accademico riunito aveva approvato all’unanimità un ordine del giorno col quale si facevano voti affinché Arrigo Serpieri fosse «restituito all’insegnamento».229 Un ammiratore odierno di Serpieri, il georgofilo Mario Dini, nel 2010 rievocando vita e opere dell’ex rettore fascista nel cinquantesimo della sua morte, non mancava di far notare come in quella seduta del senato accademico in cui veniva proposta la reintegrazione, fosse presente anche «il Prof. Finzi Enrico cacciato nel 1938 dalle leggi razziali dall’Università»,230 implicitamente intendendo che, dato il voto unanime, anche il professore ebreo votando a favore della reintegrazione aveva evidentemente “perdonato” al rettore delle leggi razziali di averle applicate diligentemente nel 1938 anche a sue spese. Il perdono di un ebreo doveva ben valere come garanzia nel 1948. Infatti Serpieri fu reintegrato prontamente in quello stesso anno. Nel 1952 fu nominato professore emerito; nel 1954 insieme con Luigi Einaudi e Vittorio Peglion gli fu conferita «la medaglia d’oro di “distinzione georgofila” e nel 1957, con decreto del presidente della Repubblica, la medaglia d’oro dei benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte».231 Morì a Firenze il 30 gennaio 1960.232 Nel dicembre 2002, il Consiglio comunale di Firenze su proposta di una commissione composta da soli tecnici,233 approvò un pacchetto di nuove proposte toponomastiche, tra cui la titolazione di una strada ad Arrigo Serpieri in una zona semiperiferica della città (Figg. 16 e 17). Dapprima il provvedimento passò inosservato, ma qualche anno dopo quattordici consiglieri comunali, preoccupati del revisionismo montante e delle sempre più frequenti benefiche assoluzioni dispensate al fascismo e ai fascisti, protestarono e presentarono una loro specifica mozione «per revocare l’assegnazione ad Arrigo Serpieri del toponimo di una via a lui dedicata».234 Citando le stesse argomentazioni razziste del rettore fascista del 1938, i consiglieri firmatari sottolinearono come «la qualità del contributo scientifico di Serpieri allo studio dell’agronomia […] non potesse far premio, nel valutare l’opportunità di intitolargli una strada, sulla gravità delle scelte dello stesso in quanto uomo delle istituzioni».235 Proposero contestualmente di sostituire il nome di “via Serpieri” con “via delle Vittime delle leggi razziali”. La mozione fu votata dalla maggioranza del Consiglio, ma inspiegabilmente non fu mai resa operante:236 la strada intitolata al rettore delle leggi razziali è rimasta là dove era stata prevista, nei pressi del Polo scientifico dell’Università di Firenze, circondata da prati spelacchiati, senza che nessun’altra voce di protesta da allora si sia levata.

M. B.



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Note

1 D. Diner, «Zivilisazionsbruch»: la frattura di civiltà come epistemologia della Shoah, in Storia della Shoah. La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del xx secolo, vol. I, La crisi dell’Europa e lo sterminio degli ebrei, a cura di M. Cattaruzza, M. Flores, S. Levi Sullam, E. Traverso, Torino, utet, 2005-2006, pp. 15-37, la cit. è a p. 15. torna su
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2 E. Traverso, Introduzione, in Storia della Shoah cit., pp. 3-13, la cit. è a p. 6. torna su
3 E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 160. torna su
4 E. Traverso, La violenza nazista. Una genealogia, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 180. torna su
5 Diner, «Zivilisazionsbruch» cit., p. 19. torna su
6 A. Cavaglion, Sopra alcuni contestati giudizi intorno alla storia degli ebrei in Italia (1945-1949), in Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la seconda guerra mondiale, a cura di M. Sarfatti, Firenze, Giuntina, 1998, pp. 151-165, la cit. è a p. 154. torna su
7 B. Maida, Il mestiere della memoria. Storia dell’Associazione nazionale ex deportati politici, 1945-2010, Verona, Ombre corte, 2014. torna su
8 Ivi, p. 151. Sulla posizione di Croce che esortava gli ebrei ad assimilarsi, cfr. anche: R. Finzi, Da perseguitati a «usurpatori»: per una storia della reintegrazione dei docenti ebrei nelle università italiane, in Il ritorno alla vita cit., pp. 95-114, in partic. pp. 108-112 e A. Goldstaub, Appunti per uno studio sui pregiudizi antiebraici nei primi anni del dopoguerra (1945-1955), ivi, pp. 139-49, in partic. pp. 145-47. torna su
9 Cavaglion, Sopra alcuni contestati giudizi cit., p. 156. torna su
10 Ivi, p. 160. torna su
11 Collotti, Il fascismo e gli ebrei cit., p. 162. torna su
12 P. Bertilotti, Contrasti e trasformazioni della memoria dello sterminio in Italia, in Storia della Shoah in Italia. Vicende, memorie, rappresentazioni, vol. ii, Memorie, rappresentazioni, eredità, a cura di M. Flores, S. Levis Sullam, M.-A. Matard-Bonucci, E. Traverso, Torino, utet, 2010, pp. 59-112, la cit. è a p. 71. torna su
13 Ivi, p. 77. torna su
14 Ibid.torna su
15 M. Flores, V. Galimi, La Shoah in tribunale. Giustizia postbellica e memoria delle persecuzioni, in Storia della Shoah in Italia cit., vol. ii, pp. 37-56, la cit. è a p. 50. torna su
16 Traverso, La violenza nazista cit., p. 22. torna su
17 V. Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Milano, Mondadori, 2012; Pop Shoah? Immaginari del genocidio ebraico, a cura di F. R. Recchia Luciani-C. Vercelli, Genova, Il Nuovo Melangolo, 2016. torna su
18 Tra le più significative organizzazioni internazionali, la ITF (Task Force for the International Cooperation on Holocaust Education, Remembrance and Research) è nata nel 1998 su impulso del primo ministro svedese Göran Persson e promuove formazione, memoria e ricerca sull’Olocausto. Ad essa hanno aderito rappresentanti di governi, organizzazioni governative e non governative. Yehuda Bauer, ex direttore dell’Istituto di ricerca di Yad Vashem di Gerusalemme, è stato consulente scientifico della ITF. Nel 2007 l’ITF ha ampliato il suo mandato includendo il genocidio di Sinti e Rom e altre tematiche, quali la lotta all’antisemitismo e la prevenzione dei genocidi. Si chiama attualmente IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) e comprende trentun paesi membri: https://www.holocaustremembrance.com/about-us, ultimo accesso (da qui u. a.) 20 gennaio 2018. torna su
19 P. Levi, Prefazione, in La vita offesa. Storia e memoria dai Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, a cura di A. Bravo e D. Jalla, Angeli, Milano 1986, pp. 7-9, la cit. è a p. 7. torna su
20 Cavaglion, Sopra alcuni contestati giudizi cit., p. 165. torna su
21 La legislazione antiebraica in Italia e in Europa, Atti del convegno nel cinquantenario delle leggi razziali, Roma, 17-18 ottobre 1988, Roma, Camera dei Deputati, 1989 (è il convegno che riaprì la stagione di questi studi). Per un bilancio sulla storiografia, cfr. E. Collotti, La storiografia sulla Shoah, in Sterminio e stermini. Shoah e violenze di massa nel Novecento, a cura di D. D’Andrea e R. Badii, Bologna, Il Mulino, 2010, pp. 65-91; Y. Bauer, Ripensare l'Olocausto. Una sintesi illuminante di tutta la storiografia della Shoah, trad. di G. Balestrino (Rethinking the Holocaust, New Haven-London, Yale University Press, 2001), Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2009; M. Cattaruzza, La storiografia della Shoah, in Storia della Shoah, vol. ii, La memoria del xx secolo cit., pp. 81-123; M. Sarfatti, Hanno fatto tutto i tedeschi? La Shoah italiana nella storiografia internazionale, 1946-1986, in Dopo i testimoni. Memorie, storiografie e narrazioni della deportazione razziale, a cura di M. Baiardi e A. Cavaglion, Roma, Viella, 2014, pp. 71-84. torna su
22 Legge 20 luglio 2000, n. 211, Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti (http://www.camera.it/parlam/leggi/00211l.htm). Per una discussione sul Giorno della Memoria, cfr. D. Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Torino, Einaudi, 2009; G. De Luna, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Milano, Feltrinelli, 2011; E. Loewenthal, Contro il giorno della memoria. Una riflessione sul rito del ricordo, la retorica della commemorazione, la condivisione del passato, Torino, Add, 2014; G. Schwarz, L’insostenibile leggerezza della commemorazione. A proposito di ‘Contro il giorno della memoria’ di Elena Loewenthal, in «Rassegna Mensile di Israel», LXXXI, 2015, 2-3, pp. 163-67. torna su
23 Per il termine Shoah, cfr. A.- V. Sullam Calimani, I nomi dello sterminio, Torino, Einaudi, 2001, pp. 19-24. torna su
24 Archivio Storico del Comune di Firenze, da qui ASCFi, CF 9252, faldone denominato Elenchi di Stabili-Monumenti-Targhe Commemorative, fasc. denominato Targhe commemorative e Palazzi di proprietà comunale, Deliberazione della Giunta-Autorizzazione ad apporre un’epigrafe in memoria dei Fratelli Rosselli sulla facciata della casa di via Giusti 38, datata 12 Giugno 1947, n. 1126. torna su
25 La lapide per il gappista Alessandro Sinigaglia (1902-1944) si trova nel quartiere di Santa Croce in via Pandolfini 21 rosso, nei pressi del luogo in cui fu ucciso. Per la figura di Sinigaglia, cfr. la biografia di M. Valeri, Negro ebreo comunista. Alessandro Sinigaglia, venti anni in lotta contro il fascismo, Roma, Odradek, 2010. torna su
26 A. Rosselli, Memorie, a cura di M. Calloni, Bologna, Il Mulino, 2001, pp. 175-226 (La casa devastata è significativamente il titolo del capitolo in cui si evocano la repressione e le violenze fasciste contro i Rosselli negli anni Venti). torna su
27 CALLONI, Amelia tra Italia, Europa e Stati Uniti (1927-1954), in ROSSELLI, Memorie cit., in partic. p. 262. torna su
28 S. Luzzatto, Introduzione, in P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza. Discorsi, scritti ed epigrafi, a cura di s. Luzzatto; prefazione di C. A. Ciampi, Roma-Bari, Laterza, 2006, pp. xiii-lxxiii, la cit. è a p. XLVIII. torna su
29 S. Rodotà, Piero Calamandrei, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. xvi, 1973, rinvenibile al sito: http://www.treccani.it/enciclopedia/piero-calamandrei_%28Dizionario-Biografico%29/ (u. a. 24 marzo 2018). torna su
30 Luzzatto, Introduzione cit., p. xlviii.torna su
31 Calamandrei, Lettera a Vito Laterza, datata 18 ottobre 1954, citata in Luzzatto, Introduzione cit., p. XLIV, cfr. anche nota 132 a p. LXX.torna su
32 Calamandrei, Uomini e città della Resistenza cit., in partic. pp. 57-63. torna su
33 Calloni, Amelia tra Italia, Europa e Stati Uniti (1927-1954) cit., pp. 229-272, in partic. p. 263. torna su
34 A. Galante Garrone, Calamandrei. Il profilo biografico intellettuale e morale di un grande protagonista della nostra storia, Milano, Garzanti, 1987, p. 227. torna su
35 G. De Luna, La Repubblica inquieta. L’Italia della Costituzione. 1946-1948, Milano, Feltrinelli, 2017, la cit. è a p. 173. torna su
36 T. Codignola, La politica interna. 10 maggio - 10 settembre 1947, in Il Ponte di Piero Calamandrei 1945-1956, a cura di M. Rossi, vol. i, 1945-1950, presentazione di G. Mussari, introduzioni di E. Collotti, J. Mràzkovà, M. Rossi, Firenze, Il Ponte Editore, 2005, pp. 162- 166, la cit. è a p. 162. torna su
37 P. Calamandrei, Restaurazione clandestina, in Il Ponte di Piero Calamandrei 1945-1956 cit., pp. 199-206, la cit. è a p. 199. torna su
38 Ivi, p. 202. torna su
39 Calloni, Amelia tra Italia, Europa e Stati Uniti (1927-1954) cit., p. 265. torna su
40 [S. n.], Firenze commemora i Rosselli alla presenza del Presidente della Repubblica, in «La Sera de Il Nuovo Corriere», iv, 18, 30 aprile 1951, pp. 1 e 6, citato in Lessico familiare. Vita, cultura e politica della Famiglia Rosselli all’insegna della libertà. Catalogo, a cura di Z. Ciuffoletti e G. L. Corradi, Firenze, Edimond, Città di Castello (Perugia), p. 83. torna su
41 V. Spini, Firenze e la tradizione rosselliana, in Lessico familiare cit., pp. 38-39. torna su
42 Calamandrei, Uomini e città della Resistenza cit., p.77. torna su
43 [S. n.], Firenze commemora i Rosselli alla presenza del Presidente della Repubblica cit., p. 6. torna su
44 G. Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Donzelli, Roma, 1997.torna su
45 Cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi. Società e politica, 1943-1988, Torino, Einaudi, 1988; G. Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi, Roma, Donzelli, 2016. torna su
46 S. Peli, Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza, Torino, Einaudi, 2014, la cit. è a p. 5. torna su
47 Ivi, p. 4. torna su
48 Fa eccezione la letteratura che con l’anticelebrativo romanzo di Elio Vittorini Uomini e no (scritto nel 1944 e pubblicato nel giugno 1945) narra la storia del gappista milanese Enne 2 e affronta le tematiche più scottanti di quella particolare forma di militanza (E. Vittorini, Uomini e no, Milano, Bompiani, 1945). Per la memorialistica gappista, cfr.: G. Pesce, Soldati senza uniforme. Diario di un gappista, Roma, Edizioni di Cultura Sociale, 1950; Id., Senza tregua. La guerra dei Gap, Milano, Feltrinelli, 1967; F. Calamandrei, La vita indivisibile. Diario 1941-1947, Roma, Editori Riuniti, 1984; C. Capponi, Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista, Milano, Il Saggiatore, 2009; R. Bentivegna, Achtung Banditen! Prima e dopo via Rasella, Milano, Mursia, 2004. torna su
49 Peli, Storie di Gap cit., p. 6. torna su
50 L’editore Giangiacomo Feltrinelli (1926-1972) fondò nel 1970 i Gap (Gruppi di Organizzazione Partigiana), formazione clandestina di ispirazione internazionalista e marxista, paramilitare, attiva fino al 1972 tra Milano, Torino e Genova, responsabile di alcuni attentati a impianti industriali, tra cui la raffineria Garrone di Genova, la Ignis di Milano. (N. BalestriniP. Moroni, L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, a cura di S. Bianchi, Milano, Feltrinelli, 20073, Ia ed. 1988). torna su
51 Notizie più dettagliate sulla famiglia statunitese dei San Gem-Smith, i padroni di Cynthia White (madre di Alessandro Sinigaglia) e sulle ragioni del loro trasferimento in Italia, si trovano in Valeri, Negro ebreo comunista cit., pp. 18-19. torna su
52 Per la famiglia Sinigaglia, ivi, pp. 23-25. torna su
53 Ivi, p. 29. Per un sintetico profilo biografico di Sinigaglia, cfr. C. Francovich, La Resistenza a Firenze, introduzione di S. Neri Serneri, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 20143 (Ia ed. 1961), pp. 376-77. torna su
54 Valeri, Negro ebreo comunista cit., in partic. p. 275. torna su
55 Francovich, La Resistenza a Firenze cit., pp. 100-101; Peli, Storie di Gap cit., pp. 71-73. torna su
56 Francovich, La Resistenza a Firenze cit., p. 102. torna su
57 Valeri, Negro ebreo comunista cit., la cit. è a p. 269. torna su
58 Ivi, pp. 269-70. torna su
59 Francovich, La Resistenza a Firenze cit., in partic. p. 162. torna su
60 Ivi, pp. 162-63; cfr. Valeri, Negro ebreo comunista cit., p. 275. torna su
61 R. Caporale, La “Banda Carità”. Storia del Reparto Servizi Speciali (1943-1945), prefazione di D. Gagliani, Lucca, San Marco Litotipo, 2005. torna su
62 Zaira Bemporad era ebrea e nata a Firenze nel 1876. David Sinigaglia, il padre di Alessandro, l’aveva sposata nel 1921, a un anno dalla morte della prima moglie, dopo aver lasciato il servizio dagli Smith e aver avviato una propria officina in via de’ Macci. Abitarono poco lontano, in via Ghibellina 38. David Sinigaglia morì nel novembre 1941. torna su
63 Per l’agguato e l’uccisione di Sinigaglia, cfr. Valeri, Negro ebreo comunista cit., pp. 81-83. torna su
64 Ivi, p. 283; cfr. Peli, Storie di Gap cit., nota 4 a p. 130. torna su
65 G. Debenedetti, Otto ebrei, in Id., 16 ottobre 1943, Palermo Sellerio, 19934 (Ia ed. 1944), la cit. è a p. 91. torna su
66 E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, Bologna, Il Mulino 20033 (1a ed. 1998).torna su
67 E. Traverso, A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007; G. Gribaudi, Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste: Napoli e il fronte meridionale, 1940-44, Torino, Bollati Boringhieri, 2005; M. Battini – P. Pezzino, Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro: Toscana 1944, Venezia, Marsilio, 1997. torna su
68 ASCFi, CF 9252, faldone denominato Elenchi di Stabili Monumenti Targhe Commemorative – Appunti vari – Vie e Cose – Anno: 1912-1960”, fasc. denominato Targhe commemorative e Palazzi di Proprietà comunale, cc. sciolte, “Reg. Uff. n. 450/1052 - Comitato Rionale Pro Targa Caduti per la Liberazione (S. Salvi)-Autorizzazione a collocare una lapide commemorativa presso il “Madonnone”, Deliberazione Giunta comunale n. 1994, datata 26 agosto 1946. torna su
69 Armando Venè (1887-1952) fu soprintendente a Verona, Napoli e Bologna e poi a Firenze, dove giunse nel luglio 1943 (cfr. http://www.sbapbo.beniculturali.it/index.php?it/101/i-soprintendenti, u. a. 23 aprile 2018). torna su
70 Per un profilo biografico-professionale di Nello Bemporad (1915-1985), cfr. il sito dei Ministero dei beni culturali: http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgibin/pagina.pl?TipoPag=prodpersona&Chiave=61437&RicProgetto=reg-tos&RicVM=indice&RicSez=prodpersone&RicTipoScheda=pp (u. a. 1° maggio 2018). torna su
71 [s n.], S. Salvi per il suo Madonnone, Simpatica iniziativa del popolo del rione, in «Il Nuovo Corriere», 7 settembre 1946, p. 2. torna su
72 [s. n.], S. Salvi per il suo Madonnone cit., p. 2. torna su
73 Ibid.torna su
74 Ibid.torna su
75 Don Oliviero Poli (1912-1997) fu anche presidente della Sezione Toscana dell'Unitalsi (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Trasporti Internazionali) (P. Nesti, In ricordo di Monsignor Poli. Una giornata voluta dall’Unitalsi: “Ha dedicato la sua vita agli altri”, in «Fraternità. Organo ufficiale dell’Associazione Unitalsi», 3, maggio-giugno 2012, p. 27; cfr. anche: http://www.unitalsitoscana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=198:centenario-della-nascita-di-mons-poli-lintervento-del-cugino-mons-mani&catid=7&Itemid=95, u. a. 26 marzo 2018). torna su
76 [s. n.], S. Salvi per il suo Madonnone cit., p. 2. torna su
77 Mario Pirricchi (1907-1980) dal dopoguerra fu impegnato nell’attività politica all’interno del PCI per tutta la vita. Fu anche presidente dell’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani) (cfr. https://toscano27.wordpress.com/i-compagni-di-firenze/mario-pirricchi/, u. a. 28 marzo 2018). Le Sap (Squadre di Azione Patriottica) in cui fu impegnato Pirricchi erano gruppi di combattimento, nati nell’estate 1944 su iniziativa delle Brigate Garibaldi con il compito di sviluppare il coinvolgimento popolare alla Resistenza (R. Sandri, Squadre di azione patriottica, in Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, vol. II, Luoghi, formazioni, protagonisti, Torino, Einaudi, 2001, in partic. pp. 231-33). torna su
78 Pietà l’è morta è un canto della Resistenza italiana calcato sul motivo melodico di un canto alpino della prima guerra mondiale; il testo fu composto da Nuto Revelli nella primavera del 1944, cfr. S. Pivato, Bella Ciao. Canto e politica nella storia d'Italia, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 177-78. torna su
79 Una nota biografica di Enrico Baroni (1892-1940) è disponibile al sito: http://www.marina.difesa.it/storiacultura/storia/medaglie/Pagine/EnricoBaroni.aspx (u. a. 30 gennaio 2018). torna su
80 Qualche notizia su Aldo Marzi è rinvenibile al sito: http://www.istitutonastroazzurro.org/sites/default/files/pdf/maggio-giugno2013.pdf (u. a. 1° febbraio 2018). Ivi, cfr. l’interessante polemica apertasi a Certaldo nella primavera del 2012 fra il Grand’Ufficiale bersagliere Corrado Liberati, l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) e il Comune di Certaldo a proposito di un cippo commemorative raffigurante il bersagliere Aldo Marzi. torna su
81 Una breve nota biografica di Teseo Tesei è disponibile al sito: http://www.marina.difesa.it/storiacultura/storia/medaglie/Pagine/TeseiTeseo.aspx (u. a. 3 febbraio 2018). torna su
82 Per Dante Corinti, cfr. http://www.istoresistenzatoscana.it/partigiano/Dante/Corinti/22063 (u. a. 3 febbraio 2018). torna su
83 Per l’attività resistenziale di Bocci, cfr. Enrico Bocci: una vita per la libertà. Testimonianze, a cura di L. Tumiati Barbieri, Firenze, G. Barbera, 1969; Francovich, La Resistenza a Firenze cit., pp. 218-225; G. Larocca, La Radio Cora di piazza d’Azeglio e le altre due stazioni radio, Firenze, Giuntina, 20042 (Ia ed. 1985). torna su
84 Anna Maria Enriquez Agnoletti (1907-1944) era archivista, di origine ebraica da parte di padre poi convertita al cattolicesimo, aderì al movimento cristiano-sociale (A. Scattigno, Dalle carte d’archivio all’impegno nella Resistenza. Anna Maria Enriques Agnoletti, in La scuola di archivistica, paleografia e diplomatica “Anna Maria Enriques Agnoletti”, a cura di R. Manno Tolu e F. Martelli, Firenze, Polistampa, 2005, pp. 15-44 e U. Onorati, Anna Maria Enriques Agnoletti partigiana nei Castelli Romani, Marino, Roma, Sezione ANPI “Aurelio del Gobbo” di Marino - Provincia di Roma-Associazione ONLUS “Senza Frontiere”, 2010). torna su
85 Per Mario Sbrilli, cfr. http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1952/mario-sbrilli (u. a. 3 febbraio 2018). torna su
86 Per Francesco Stucchi Prinetti, cfr. http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza6b.htm (u. a. 3 febbraio 2018). torna su
87 Giuliano Treves, tra gli organizzatori del Comitato ebraico-cristiano di soccorso agli ebrei, è nominato anche tra i sei «partigiani caduti» dalla lapide del 1951, posta nel giardino della Sinagoga fiorentina (M. Baiardi, Le tavole del ricordo. Shoah e guerre nelle lapidi ebraiche a Firenze e dintorni, Parte i, «Nel recinto del Tempio», in «Margini. Giornale della dedica e altro», 11, 2017: http://www.margini.unibas.ch/web/rivista/numero_11/saggi/articolo1/baiardi.html, u. a. 27 marzo 2018). Per il Comitato ebraico-cristiano: F. Cavarocchi, L’organizzazione degli aiuti. Le reti ecclesiastiche e la Delasem, in Ebrei in Toscana tra occupazione tedesca e RSI. Persecuzione, depredazione, deportazione, 1943-1945, a cura di E. Collotti, vol. i, Saggi, Roma, Carocci, 2007, pp. 329-93). torna su
88 Per Agostino Zanazzi, cfr. http://www.associazioneacqui.it/pagine/Elenco%20Caduti%20Divisione%20Acqui%20della%20Toscana.pdf (u. a. 3 febbraio 2018).torna su
89 Le notizie su Enrico Pistolesi si trovano a Firenze, nell’Archivio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea (da qui: AISRT), fondo ANEI (Associazione Nazionale ex Internati)-sez. di Firenze, fasc. ad nomen.torna su
90 Per Giovanni Raiceivich, cfr. http://www.ansmi.eu/files/Ansmi-n.1-2015.pdf (u. a. 3 febbraio 2018). torna su
91 Per Giorgio Guermani, cfr. http://ricerca.gelocal.it/iltirreno/archivio/iltirreno/2002/04/19/ZM203.html (u. a. 1° febbraio 2018). torna su
92 Scritti in memoria di Nathan Cassuto, a cura di D. Carpi, A. Segre, R. Toaff, Gerusalemme, Kedem-Yad Leyakkirenu, 1986. Per le vicende relative all’arresto di Nathan Cassuto, cfr. M. Baiardi, Persecuzioni antiebraiche a Firenze, in Ebrei in Toscana tra occupazione tedesca e RSI cit., pp. 45-140, in partic. pp. 51-58. Per i dati sulla deportazione, cfr. il sito del CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea): http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-1125/cassuto-nathan.html (u. a. 3 febbraio 2018). torna su
93 Per Elena Segré, cfr. http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-7112/segre-elena.html (u. a. 3 febbraio 2018). torna su
94 Per Enrico Dalla Volta, cfr. http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-1837/dalla-volta-enrico.html (u. a. 3 febbraio 2018). Per la vicenda relativa all’arresto dell’economista Riccardo Dalla Volta e dei suoi figli Enrico e Margherita, cfr. Baiardi, Persecuzioni antiebraiche a Firenze cit., in partic. pp. 89-91. torna su
95 Elda Servi fu uccisa da militari tedeschi in ritirata insieme con madre Valentina Galletti e Ada Bemporad, cfr.: http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-8699/servi-elda.html (u. a. 3 febbraio 2018). torna su
96 Il testo integrale del Bollettino 1268 è pubblicato sul sito del Ministero della Difesa: http://www.difesa.it/Primo_Piano/Documents/Ottobre%202012/IL%20TESTO%20INTEGRALE%20DEL%20BOLLETTINO%20DELLA%20VITTORIA.pdf (u. a. 5 febbraio 2018). Per la datazione di questa lapide (posata tra il 1920 e il 1929), cfr. La memoria della Grande Guerra in Toscana, Monumenti ai caduti. Firenze e provincia, a cura di Lia Brunori, Firenze, Polistampa, 2012, p. 67. torna su
97 Una copia ben conservata dell’epigrafe del Nelli si trova al Museo Risorgimentale “A. Saffi” di Forlì e si legge al sito: http://bbcc.ibc.regione.emiliaromagna.it/pater/loadcard.do?id_card=155329 (u. a. 6 febbraio 2018). torna su
98 Riferimento d’obbligo per queste tematiche è il volume di J. Winter, Il lutto e la memoria. La grande guerra nella storia culturale europea, trad. di N. Rainò (Sites of Memory, Sites of Mourning. The Great War in European Cultural History, Cambridge, Cambridge University Press, 1995), Bologna, Il Mulino, 1998. torna su
99 I nominativi dei caduti toscani sono rinvenibili al sito Caduti toscani della Grande Guerra, ad nomina: http://toscana.grandeguerraitalia.it/index.php?r=site/page&view=progetto (u. a. 13 marzo). torna su
100 Monumenti ai caduti. Firenze e provincia, a cura di BRUNORI, cit., p. 66. torna su
101 Aldo Rosselli e Giacomo Morpurgo furono insigniti della medaglia d’argento al valor militare alla memoria. torna su
102 Cfr. Baiardi, Le tavole del ricordo, Parte i cit. torna su
103 Per Anna Maria Enriques Agnoletti, cfr. infra, nota 84. torna su
104 Per Enrico Bocci, cfr. infra, nota 83. torna su
105 Mario Sbrilli (1922-1944), studente di medicina, partigiano, medaglia d’oro al valor militare alla memoria fu ucciso a San Polo di Arezzo il 14 luglio 1944 (cfr. il sito INSMLI, Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia: http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=3496 e le schede biografiche ai siti: http://www.societastoricaretina.org/biografie/GPBSbrilliMario050403.pdf e http://memoria.provincia.ar.it/biografie/mario_sbrilli.asp, u. a. 4 febbraio 2018). torna su
106 Gianfranco Mattei, 1916-1944, a cura del Comune di Bagno a Ripoli, Bagno a Ripoli (Firenze), Tipografia Comunale, 1998. Il nome di Mattei compare solo nella lapide del 2005; non è presente in quella precedente che commemora i caduti della seconda guerra mondiale, collocata all’interno del liceo Michelangiolo. torna su
107 Cfr. infra, nota 22. torna su
108 E. Collotti, Introduzione, in Ebrei in Toscana tra occupazione tedesca e RSI cit., p. 28. Per la depredazione dei beni ebraici a livello nazionale: Rapporto generale, a cura della Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività d’acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2001. torna su
109 Per la ricostruzione della razzia al convento del Carmine, cfr. Baiardi, Persecuzioni antiebraiche a Firenze cit., in partic. pp. 61-66; Ead. – F. Cavarocchi, Appendice II. Elenco di ebree e figli deportati dal Convento del Carmine, ivi, pp. 175-77; cfr. anche la testimonianza di E. Pacifici, Non ti voltare. Autobiografia di un ebreo, prefazione di E. Toaff, Firenze, Giuntina, 1993. torna su
110 C. Magris, Intervento al Quirinale, 27 gennaio 2009, cit. in A. Zevi, Quale memoriale?, in «Rassegna mensile di Israel», lxxxi, 2015, 2-3, pp. 153-61, la cit. è a p. 155. torna su
111 De Luna, La Repubblica del dolore cit., p. 84. torna su
112 G. Schwarz, La Shoah come paradigma: memoria dell’evento e paragoni (im)possibili, in Pop Shoah? Immaginari del genocidio ebraico cit., pp. 158-171, le cit. sono a p. 166. torna su
113 Ibid.torna su
114 Schwarz, La Shoah come paradigma: memoria dell’evento e paragon (im)possibili cit., p. 167. torna su
115 R. S. C. Gordon, Scolpitelo nei cuori. L’Olocausto nella cultura italiana (1944-2010), trad. di G. Olivero (The Holocaust in Italian Culture, 1944-2010, Stanford, Stanford University Press, 2012), Torino, Bollati Boringhieri, 2013. torna su
116 Cfr. il catalogo di una mostra recentemente allestita a Berlino: Kunst aus dem Holocaust-Art from the Holocaust. 100 Werke aus der Gedenkstätte Yad Vashem-Artworks from the Yad Vashem Collection, a cura di E. Moreh-Rosenberg e W. Smerling, Köln, Wienand, 2016. torna su
117 Artista berlinese nato nel 1947 (cfr. il suo sito web: http://www.gunterdemnig.de/, u. a. 10 febbraio 2018). torna su
118 A. Zevi, Monumenti per difetto dalle Fosse Ardeatine alle pietre d’inciampo, Roma, Donzelli, 2014, in partic. p. 174. torna su
119 Ivi, p. 172. torna su
120 A. Zevi, Quale memoriale? cit., pp. 153-61, la cit. è a p. 159. torna su
121 CFR. http://www.stolpersteine.eu/start/ (u. a. 10 febbraio 2018). torna su
122 Da un elenco fatto pervenire dalla questura all’Ufficio Affari Ebraici della prefettura repubblicana di Firenze, risulta che lo Sternfeld fu arrestato «il 17 ottobre 1943 dall’Ufficio Politico Questura» (Archivio di Stato di Firenze, da qui: AdSFi; Corte d’Assise di Firenze, 1954/12-Carte Martelloni, da qui: C.M., b. III, Elenco degli ebrei già detenuti nelle carceri di Firenze e trasferiti il 21 marzo scorso a cura del Comando della Polizia Germanica, altrove, n. 20). Per la sorte finale dei due deportati, cfr. il sito del CDEC (per Giacomo Modigliani cfr.: http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-5510/modigliani-giacomo.html; per Paolo Sternfeld cfr. http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-7581/sternfeld-paolo.html, u. a. 25 aprile 2018). torna su
123 Pietre d’inciampo a San Casciano per ricordare Giacomo Modigliani e Paolo Sternfeld, a cura dell’Ufficio Stampa del Comune di San Casciano Val di Pesa, in «Gonews.it. Chianti Val d’Elsa», 3 gennaio 2018 (rinvenibile al sito: http://www.gonews.it/2018/01/03/pietre-dinciampo-a-san-casciano-per-ricordare-giacomo-modigliani-e-paolo-sternfeld/ , u. a. 10 febbraio 2018); A. Smulevich, L’Indiana Jones della memoria. Gunter Demnig: con le pietre d’inciampo salvo storie e nomi delle vittime della Shoah, «Il Corriere fiorentino», 9 gennaio 2018 (rinvenibile al sito: http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/arte_e_cultura/18_gennaio_09/indiana-jones-memoria-989305da-f51a-11e7-b339-61bb2f42a2e9.shtml?refresh_ce-cp; u. a. 10 febbraio 2018). torna su
124 Per una mappa delle pietre d’inciampo pratesi e una rassegna biografica dei deportati: Pietre d’inciampo a Prato, rinvenibile al sito: http://www.museodelladeportazione.it/modules/smartsection/category.php?categoryid=72; u. a. 10 febbraio 2018). Per una didattica legata alle Stolpersteine, cfr. M. L. Granzotto, Pietre d’inciampo in Italia: introduzione, in «Novecento.org», 18 novembre 2015, rinvenibile al sito: http://www.novecento.org/didattica-in-classe/pietre-dinciampo-in-italia-introduzione-1486/ (u. a. 5 marzo 2014). torna su
125 Per la Fondazione “Museo e Centro di Documentazione della Deportazione e Resistenza” di Figline di Prato, cfr. il sito: http://www.museodelladeportazione.it/ (u.a. 11 aprile 2018). torna su
126 M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938, Torino, Zamorani2, 2017 (1a ed. 1994); Id., Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Torino, Einaudi, 2000; E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei cit.; F. Cassata, «La difesa della razza». Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista, Torino, Einaudi, 2008; M.-A. Matard-Bonucci, L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei, Bologna, Il Mulino, 2008; A settant’anni dalle leggi razziali. Profili culturali, giuridici e istituzionali dell’antisemitismo, a cura di D. Menozzi e A. Mariuzzo, Roma, Carocci, 2010; Le leggi antiebraiche nell’ordinamento italiano. Razza diritto, esperienze, a cura di G. Speciale, Bologna, Pàtron, 2013. torna su
127 Regio Decreto Legislativo del 19 aprile 1937, Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi (convertito in legge il 30 dicembre 1937-XVI, n. 2590). torna su
128 Regio Decreto Legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728, Provvedimenti per la difesa della razza italianatorna su
129 L’art.8 della legge 17 novembre 1938, n.1728 recitava al primo punto: «Agli effetti di legge è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica» (la legge 1728 è interamente riprodotta al sito del CDEC: http://www.cdec.it/home2_2.asp?idtesto=185&idtesto1=564&son=1&figlio=558&level=7#, u. a. 13 aprile 2018). torna su
130 F. Cavarocchi, A. Minerbi, Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino, in Razza e fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in Toscana (1938-1943), a cura di E. Collotti, vol. i, Saggi, Roma, Carocci, 1999, pp. 467-510. torna su
131 R. Finzi, L’università italiana e le leggi antiebraiche, Roma, Editori Riuniti, 1997. torna su
132 Cavarocchi, Minerbi, Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino cit., p. 469. torna su
133 F. Cavarocchi, Ottobre 1938: l’espulsione dei docenti ebrei dall’Università di Firenze, in «Portale Storia di Firenze», ottobre 2017 (utile anche per la bibliografia aggiornata a cui rimanda e rinvenibile al sito: http://www.storiadifirenze.org/?temadelmese=ottobre-1938-lespulsione-dei-docenti-ebrei-dalluniversita-di-firenze, u. a. 22 aprile 2018). Cfr. anche: F. Franceschi, Le leggi antiebraiche del 1938 e la loro applicazione nella Facoltà giuridica della R. Università degli Studi di Roma, in «Stato, Chiese e pluralismo confessionale. Rivista telematica (www.statoechiese.it)», 38, gennaio 2014, pp. 1-69, rinvenibile al sito: http://www.statoechiese.it/images/uploads/articoli_pdf/franceschi.m_le_leggi.pdf, u. a. 15 aprile 2018); V. Galimi e G. Procacci, Per la difesa della razza. L’applicazione delle leggi antiebraiche nelle università italiane, Milano, Unicopli, 2009; S. Gentile, Le leggi razziali: scienza giuridica, norme, circolari, Milano, Educatt, 2010. torna su
134 F. Pelini e I. Pavan, La doppia epurazione. L’università di Pisa e le leggi razziali tra guerra e dopoguerra, Il Mulino, Bologna 2009, p. 36. torna su
135 G. Bottai, Primo: la scuola, in «Critica fascista», 15 settembre 1938, p. 339, citato in Pelini e Pavan, La doppia epurazione cit., p. 36. torna su
136 A. Rofé, Diversità ideologiche nel sionismo italiano: Cassuto, Pacifici, Artom, Sciaky, in «Free Ebrei», III, 2, settembre 2014, rinvenibile al sito: http://www.freeebrei.com/anno-iii-numero-2-luglio-dicembre-2014/alexander-rof-diversit-ideologiche-del-sionismo-italiano (u. a. 25 marzo). torna su
137 I. Sciaky, Revisionismo sionistico, Firenze, La Nuova Italia, 1932; cfr. la raccolta di scritti ebraici e sionistici: I. Sciaky, Il salonicchiota in nero. Ebraismo e sionismo nella Nuova Italia fascista (1918-38), a cura di V. Pinto, Livorno, Belforte, 2009; Stato e libertà: il carteggio Jabotinsky-Sciaky (1924-1939), a cura di V. Pinto, postfazione di S. I. Minerbi, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino, 2002. torna su
138 Rofé, Diversità ideologiche nel Sionismo italiano cit. torna su
139 Cavarocchi, Minerbi, Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino cit., in partic. p. 479. torna su
140 Le notizie biografiche su Racah sono tratte dal sito dell’ateneo pisano: https://www.sba.unipi.it/it/risorse/archivio-fotografico/persone-in-archivio/racah-giulio (u. a. 27 marzo 2018). torna su
141 E. Bonaventura, La psicoanalisi, a cura di D. Meghnagi, Venezia, Marsilio, 2017. torna su
142 D. Meghnagi, Attualità di un pensiero. Storia di una rimozione, in E. Bonaventura, La psicoanalisi cit., pp. vii-xxxiii, in partic. p. xi. Cfr.: Enzo Bonaventura (1891-1948). Una singolare vicenda culturale dalla psicologia sperimentale alla psicoanalisi e alla psicologia applicata, a cura di S. Gori-Savellini, Firenze, Giunti, 1990. torna su
143 D. Meghnagi, Enzo Bonaventura, un ponte per la psicologia tra Italia e Israele, in «Shalom», xlix,, 5, 24 maggio 2016, p. 21, rinvenibile anche al sito: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=157&sez=120&id=62515 (u. a. 26 marzo 2018). torna su
144 Cavarocchi, Minerbi, Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino cit., in partic. nota 156, p. 507. torna su
145 Enzo Bonaventura è nominato in una lapide nel giardino della Sinagoga in commemorazione della sua morte in Eretz Israel nel 1948 (Baiardi, Le tavole del ricordo, Parte i cit.). torna su
146 M. Ciliberto, Figure in chiaroscuro. Filosofia e storiografia nel Novecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2001, la cit. è a p. 32. torna su
147 Un positivista eretico. Materiali per un profilo intellettuale di Ludovico Limentani, a cura di R. Sega, Ferrara, TLA, 1999. torna su
148 M. Ferrari, Ricerche sul positivismo italiano. Le indagini etiche di Ludovico Limentani, in «Rivista Critica di Storia della Filosofia», XXXVIII, 1, 1983, pp. 50-80, la cit. è alla nota 76 a p. 73. torna su
149 Ciliberto, Figure in chiaroscuro cit., p. 31. torna su
150 L. Limentani, Lettera alla Yates, datata 23 gennaio 1939, citato in M. Ciliberto, Figure in chiaroscuro cit., p. 33. torna su
151 G. Morbidelli, Federico Cammeo: l’itinerario culturale e di vita, in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno. Per Federico Cammeo», vol. XXII, 1993, 1, pp. 19-104, la cit. è a p. 101. torna su
152 Ivi, p. 102. torna su
153 Ivi, pp. 47-48. torna su
154 Cammeo ebbe relazioni con Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII allora cardinale, che talvolta raggiungeva il giurista anche a Firenze, ma soprattutto fu in ottima amicizia con il fratello di questi, l’avv. Francesco Pacelli, libero docente di diritto amministrativo, consulente della Santa Sede già nella fase di preparazione dei Patti Lateranensi, a cui Cammeo dedicò la sua monografia: F. Cammeo, Ordinamento giuridico dello stato della Città del Vaticano, Firenze, R. Bemporad & Figlio, [1932] (Morbidelli, Federico Cammeo cit., p. 54). torna su
155 Ivi, p. 101. torna su
156 Ivi, p. 104. torna su
157 Cavarocchi, Minerbi, Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino cit., in partic. p. 478. Morbidelli, Federico Cammeo cit., nota 59 a p. 38; F. Cipriani, Federico Cammeo e la procedura civile cit., pp. 561-87, in partic. nota 86 a p. 581. torna su
158 P. Calamandrei, Diario, vol. i, 1939-1941, introduzione di M. Isnenghi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2015, la cit. è a p. 244. torna su
159 Morbidelli, Federico Cammeo cit., p. 104. torna su
160 Francesco Carnelutti (1869-1975), era giurista, all’epoca ordinario di diritto processuale civile all’Università di Milano. torna su
161 Calamandrei, Diario cit., p. 24. torna su
162 Cipriani, Federico Cammeo e la procedura civile cit., nota 86 a p. 581. torna su
163 Silvia Facca, nata nel 1912, era professoressa di francese; partecipò accanto al marito Giancarlo Facca alla Resistenza. Fu arrestata dalla “banda Carità” a fine febbraio 1944. Non fu personalmente torturata ma solo «malmenata e minacciata più volte di torture e fucilazione». (AISRT, Fondo Partito d’Azione-Sezione di Firenze, I. 135, fasc. denominato Dichiarazioni, Relazione della compagna Silvia Facca, datata 28 novembre 1945, pp. 1-2, in partic. p. 1). torna su
164 Bice Paoletto apparteneva al P.d’A. per conto del quale si occupò della stampa clandestina. Fu arrestata dalla “banda Carità” il 26 febbraio 1944, nel corso di un’efficace azione repressiva a partire da una delazione (Francovich, La Resistenza a Firenze cit., in partic. p. 169 e Caporale, La “Banda Carità”. cit., in partic. pp. 105 e ss.). torna su
165 AISRT, Fondo P.d’A.-Sez. di Firenze, I. 135, fasc. denom. Dichiarazioni, Relazione della compagna Silvia Facca cit., in partic. p. 2. torna su
166 Ibid. Le torture alle donne ebree furono confermate anche dalla Paoletto (AISRT, Fondo P.d’A.-Sez. di Firenze, I. 135, fasc. denom. Dichiarazioni, Pro-memoria di Bice Paoletto, datato 8 ottobre 1944). torna su
167 Dati del CDEC sulla deportazione e la morte di Clotilde Levi Cammeo, detta Tilde: http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-4603/levi-clotilde.html; dati del CDEC sulla figlia, Maria Cammeo: http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-1242/cammeo-maria.html; dati CDEC sulla loro parente, Lina (o Rina) Levi: http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-4750/levi-lina.html?persone=%22Levi%2C+Lina%22torna su
168 Cavarocchi, Minerbi, Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino cit., p. 477. torna su
169 Circolare del ministro Bottai, datata 27 dicembre 1938, citata in Cavarocchi, Minerbi, Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino cit., p. 477. torna su
170 Ivi, p. 487. torna su
171 Ivi, pp. 477-78. torna su
172 R. Dalla Volta, L'ordinamento sindacale e corporativo dello Stato, in Scritti vari di economia e finanza, Firenze, Seeber, 1931, p. 43, citata in: D. Giva, Riccardo Dalla Volta, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. xxxii, 1986, rinvenibile al sito: http://www.treccani.it/enciclopedia/riccardo-dalla-volta_%28Dizionario-Biografico%29/ (u. a. 30 marzo 2018). torna su
173 M. Biondi, Riccardo Dalla Volta. Un economista dell’età liberale, in Riccardo Dalla Volta. Crisi della concorrenza, concentrazioni industriali e imperialismo all'alba del Novecento, a cura di m. m. Augello e M. E.L. Guidi, Firenze, Le Monnier, 2009, la cit. è a p. 749. torna su
174 Biondi, Riccardo Dalla Volta cit., p. 747. torna su
175 Ivi, p. 752. torna su
176 Margherita Dalla Volta era nata a Firenze il 16 dicembre 1903, era nubile e viveva con il padre. Aveva curato in gioventù l’adattamento italiano di una pubblicazione per bambini: B. Hader, L’uomo e i viaggi. Storia dei mezzi di trasporto, a cura di M. Dalla Volta e L. Cavalieri, Firenze, Salani, 1931. Fu deportata da Fossoli ad Auschwitz il 22 febbraio 1944; per le notizie sulla deportazione: cfr. http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-1839/dalla-volta-margherita.html (u. a. 18 aprile 2018). torna su
177 Enrico Dalla Volta, nato a Firenze nel 1896, esercitava la professione di avvocato; fu deportato con la sorella il 22 febbraio 1944. Per le notizie sulla sua deportazione: cfr. http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-1837/dalla-volta-enrico.html (u. a. 19 aprile 2018). torna su
178 Archivio Storico Comunità ebraica di Firenze, D. 14. 2, «Beni ebraici», fasc. n. 138, Relazione di Lydia Dalla Volta Vitale, datata 6 settembre 1944. torna su
179 Ibid..torna su
180 AdSFi, C.M., b. II, p. 6, Verbale di testimonianza di Linda Ciseri al giudice istruttore (ex proprietaria della pensione Albergo del Parco), datata 29 aprile 1947. torna su
181 Ibid.torna su
182 AdSFi, C.M., b. II, p. 6, Denuncia di Giorgio Dalla Volta, datata 20 dicembre 1944. torna su
183 Nella forma laconica e asciutta che gli era propria, Giulio Supino (docente di ingegneria idraulica a Bologna, ebreo, azionista e resistente) il 9 marzo 1944 registrò la notizia dell’arresto di Dalla Volta nel suo diario: «Corre voce sia stato preso Attilio Momigliano [notizia falsa]. Di R. Dalla Volta la cosa è certa perché me lo ha detto il cugino [Vincenzo Attanasio, funzionario della questura collaboratore della Resistenza]. È già stato mandato a Carpi nonostante l’età (ha più di 80 anni). Pare sia stato preso per aver protestato contro l’arresto della figlia» (G. Supino, Diario della guerra che non ho combattuto. Un italiano ebreo tra persecuzione e Resistenza, a cura di M. Sarfatti, Firenze, Aska, 2014, pp. 126-127). torna su
184 AdSFi, C.M., b. VI, fasc. 2, Elenco tedesco denominato, Verzeichnis über die vom 20 Dezember 1943 bis heute festgenommen Juden in Florenz und Toskana, s.d.. (ai nn. 284, 285 e 286 di detto elenco si trovano rispettivamente Enrico Dalla Volta, Richard [sic], Dalla Volta e Margherita Dalla Volta). torna su
185 AdSFi, C.M., b. II, p. 6, Denuncia di Giorgio Dalla Volta, datata 20 dicembre 1944. torna su
186 Per la deportazione dell’economista, v: http://digital-library.cdec.it/cdec-web/persone/detail/person-1841/dalla-volta-riccardo.html (u. a. 18 aprile 2018). torna su
187 M. Marsili Libelli, Un processo di epurazione in Firenze 1944-1945, (s.l.), Firenze, Arti Grafiche Il torchio, 1957, p. 17-18. torna su
188 Ibid.torna su
189 Ibid. Per la ricostruzione analitica delle modalità dell’arresto dei Dalla Volta, cfr. Baiardi, Persecuzioni antiebraiche a Firenze cit., in partic. pp. 89-92. torna su
190 Ivi, p. 61. torna su
191 L. Conigliello - G. Cestone, Fondi storici e collezioni speciali: tutela e valorizzazione, in Esperienze di gestione in una biblioteca accademica. La Biblioteca di scienze sociali dell’ateneo fiorentino (2004-2015), a cura di L. Conigliello - C. Melani, Firenze, Firenze University Press, 2016, p. 102. Per la storia del fondo Dalla Volta, cfr. https://www.sba.unifi.it/p743.html (u. a. 24 marzo 2018). torna su
192 Ernesto Balducci era giunto a Firenze a liberazione avvenuta nell’ottobre1944. Incontrò Momigliano nel successivo dicembre e ne ricavò una profondissima impressione. Cominciò dunque entusiasta a seguirne le lezioni e infine nel 1950 con Momigliano si laureò con una tesi su Fogazzaro (E. Balducci, Diari 1940-1945, tomo ii, 1943-1945, a cura di M. Paiano, Firenze, Olschki, 2004, in partic. pp. 418-19). torna su
193 H. Goetz, Il giuramento rifiutato, I docenti universitari e il regime fascista, trad. di L. Melissari, (Der freie Geist und seine Widersacher. Die Eidverweigerer an den italienischen Universitäten im Jahre 1931, Frankfurt a. M., Haag + Herchen,1994) Firenze, La Nuova Italia, 2000; G. Boatti, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, Torino, Einaudi, 2001. Nel suo percorso politico di impronta liberale, Momigliano firmò nel 1948 un altro manifesto, Europa, Cultura e Libertà, redatto da Gaetano De Sanctis e sottoscritto tra gli altri da Croce, Einaudi e Parri contro le interferenze del Partito comunista verso il mondo della cultura (N. Ajello, Tutto carte e quarantotto, in «La Repubblica», 13 aprile 1993, rinvenibile al sito: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/04/13/tutto-carte-quarantotto.html, u. a. 14 aprile 2018). Per l’antifascismo di Momigliano, cfr. anche: V. Branca, Un maestro di poesia come ragione di vita. Attilio Momigliano, in Id., Ponte Santa Trinita. Per amore di libertà, per amore di verità, Venezia, Marsilio, 1987, pp. 65-78, in partic. pp. 66-67. torna su
194 S. Duranti, Gli organi del GUF, in Razza e fascismo cit., pp. 367- 414, in partic. pp. 395-96. torna su
195 R. Bonavita, «Una ingiustizia strana e indecifrabile». Il difficile rientro di Santorre Debenedetti e Attilio Momigliano, in Il difficile rientro. Il ritorno dei docenti ebrei nell’università del dopoguerra, a cura di D. Gagliani, CLUEB, Bologna 2004, pp. 149-58, la cit. è a p. 154. torna su
196 A. Asor Rosa, Massimo Bontempelli, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. xii, 1971, rinvenibile al sito: http://www.treccani.it/enciclopedia/massimo-bontempelli_%28Dizionario-Biografico%29/ (u. a. 20 marzo 2018). torna su
197 Ibid.torna su
198 Per la vicenda della cattedra di Momigliano, cfr. Bonavita, «Una ingiustizia strana e indecifrabile» cit., in partic. pp. 152-58. torna su
199 Raffaello Alessandri (1891-1964), direttore e primario chirurgo presso l’ospedale della Misericordia di San Sepolcro dal 1928 al 1947; trasformò la vecchia struttura biturgense da «lazzaretto medievale dove c’erano i materassi con i “cartocci di granturco” in un moderno ospedale» (s. n., Sansepolcro: il xxv aprile commemorazione di Raffaello Alessandri, in «TTCFR. Tevere TV», 22 aprile 2016, rivenibile al sito: http://www.teveretcfr.it/news/2016/aprile/22/sansepolcro-il-xxv-aprile-commemorazione-di-raffaello-alessandri/, u. a. 8 aprile 2018). Per il soggiorno biturgese dei Momigliano, cfr. F. Polcri, Poesia e guerra: ricordo di Attilio Momigliano a Sansepolcro nel 1944, in «Pagine altotiberine», ii, 4, gennaio-aprile 1998, pp. 113-18. torna su
200 D. Mengozzi, Dalla prima all'ultima guerra mondiale, 1918-1945. Fatti, misfatti e cronaca, presentazione di G. Andreotti, Città di Castello (Perugia), Tibergraph, 1992. torna su
201 A. Momigliano, Dedica a Carlo Vigo, in T. Tasso, La Gerusalemme Liberata, edizione integrale commentata da A. Momigliano, Firenze, La Nuova Italia, 1946. torna su
202 G. Di Pino, Testimonianza al maestro, in Attilio Momigliano, Atti del Convegno di studi nel centenario della nascita, Firenze 10-11 febbraio 1984, a cura di A. Biondi, Firenze, Olschki, 1990, pp. 227-31, la cit. è a p. 227. torna su
203 R. Spongano, Abbozzo per un ritratto, in Attilio Momigliano, Atti del Convegno di studi nel centenario della nascita cit., pp. 209-14, la cit. è a p. 209. Spongano fu molto vicino a Momigliano anche nella «quotidiana tragedia» degli anni difficili del dopoguerra (ivi, pp. 213-14, la cit. è a p. 213). torna su
204 Ivi, p. 209. torna su
205 Branca, Un maestro di poesia come ragione di vita cit., p. 66. torna su
206 Spongano, Abbozzo per un ritratto cit., p. 214. torna su
207 A. Momigliano, Premessa, in T. Tasso, La Gerusalemme Liberata cit., pp. VII-VIII, la cit. è a p. VII. torna su
208 Ivi, la cit. è a p. VIII. torna su
209 Branca, Un maestro di poesia come ragione di vita cit., p. 71. torna su
210 Lettera di Momigliano ad Haydée Sacerdoti, 22 gennaio [s. a.], citata in: A. Biondi, Il silenzio della scrittura, in Attilio Momigliano, Atti del Convegno di studi nel centenario della nascita, Firenze 10-11 febbraio 1984 cit., pp. 169-205, la cit. è alla nota 125 a p. 204. torna su
211 E. Raimondi, Il commento manzoniano, in Attilio Momigliano, Atti del Convegno di studi nel centenario della nascita, Firenze 10-11 febbraio 1984 cit., pp.115-43, la cit. è a p. 115. torna su
212 Biondi, Il silenzio della scrittura cit., p. 179. torna su
213 Raimondi, Il commento manzoniano cit., p. 136. torna su
214 Ivi, p. 137. torna su
215 A. Momigliano, Lo stile e l'umorismo nel bugiardo [di Goldoni], Asti, Tip. Paglieri e Raspi, 1904; Id., L'indole e il riso di Luigi Pulci, Rocca S. Casciano, L. Cappelli, 1907; Id., L’opera di Carlo Porta: studio compiuto sui versi editi ed inediti, Citta di Castello, Lapi, 1909; Id., L’origine del comico, in «Cultura filosofica», III, 4-5, 1909, pp. 302-29 e pp. 406-33. torna su
216 Bonavita, «Una ingiustizia strana e indecifrabile» cit., p. 154. torna su
217 C. Porta, Antologia, a cura di A. Momigliano, disegni di R. Salvadori, Genova, Formiggini, 1913. torna su
218 G. A. Levi, Il comico, Genova, Formiggini, 1913. torna su
219 A. Cavaglion, “Il comico” di Giulio Augusto Levi, in Israel. Un decennio 1974-1984. Saggi sull’ebraismo italiano, a cura di F. Del Canuto, Roma, Carocci, 1984, pp. 165-78, la cit. è a p. 166. Come è noto, fu vittima delle leggi razziali anche l'editore Formiggini, suicidatosi per protesta nel novembre 1938.torna su
220 Raimondi, Il commento manzoniano cit., p. 119. torna su
221 Ivi, p. 118. torna su
222 F. Levi, Il ritorno degli ebrei alla vita nelle università italiane, in Il difficile rientro cit., pp. 53-69, la cit. è a p. 54 (il saggio riflette sulle differenti situazioni degli “espulsi” al momento del loro riaffacciarsi all’università e sulle logiche accademiche ed extra accademiche operanti nell’immediato dopoguerra). torna su
223 Bonavita, «Una ingiustizia strana e indecifrabile» cit., in partic. pp. 152-53. torna su
224 R. Finzi, Il triplice colpo subito dagli universitari ‘di razza ebraica’, in Il difficile rientro cit., pp. 21-52, in partic. pp. 39-44 (sull’iter dei provvedimenti legislativi del dopoguerra). torna su
225 Per un profilo sull’impegno professionale di Serpieri, seppure un po’ acritico, cfr. https://www.sba.unifi.it/CMpro-v-p-880.html (u. a. 24 aprile 2018). torna su
226 G. Santomassimo, Una lettera di A. Serpieri a Mussolini e altri documenti inediti, in «Italia contemporanea» xxvii, 1976, 123, pp. 155-22 (rinvenibile anche on line: http://www.italia-resistenza.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1976_122-125_12.pdf, u. a. 28 aprile 2018). torna su
227 Il discorso di Serpieri è cit. in: M. Longo Adorno, Gli ebrei fiorentini dall’emancipazione alla Shoa, Firenze, Giuntina, 2003, p. 76. torna su
228 Circolare del rettore A. Serpieri della R. Università di Firenze, datata 27 gennaio 1940, riprodotta in Razza e fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in Toscana (1938-1943), a cura di E. Collotti, vol. ii, Documenti, Roma, Carocci, 1999, p. 83. torna su
229 M. Dini, Arrigo Serpieri Georgofilo (Georgofilo: chi studia e ama l’agricoltura. E Egli studiò ed amò, con l’agricoltura, i rurali!), Firenze, Polistampa, 2011, la cit. è a p. 67. Mario Dini è professore ordinario di estimo rurale e contabilità all’Università di Firenze. torna su
230 Ibid.torna su
231 Ivi, p. 68. torna su
232 Su Serpieri, cfr. anche A. M. Ratti, Arrigo Serpieri, in Enciclopedia Italiana, III Appendice, 1961 (rinvenibile al sito: http://www.treccani.it/enciclopedia/arrigo-serpieri_res-c284fd13-87e8-11dc-8e9d-0016357eee51_(Enciclopedia-Italiana)/, u. a. 17 aprile 2018). torna su
233 La commissione toponomastica nel 2005 era ancora costituita da soli “tecnici” e non come avviene oggi (in seguito alla delibera del Consiglio Comunale n. 135/24 del 10/03/2003) anche da membri del Consiglio Comunale. torna su
234 S. n., No ad una via intitolata ad Arrigo Serpieri: mozione presentata da 14 consiglieri, comunicato stampa del Consiglio Comunale di Firenze, datato 15 maggio 2005 (rinvenibile al sito: http://press.comune.fi.it/hcm/hcm5353-10_5_16396-%ABNo+ad+una+via+intitolata+ad+Arrigo+Serpieri%BB%3A+moz.html?cm_id_details=42718&id_padre=4473). Ad Arrigo Serpieri sono state intitolate anche alcune scuole superiori: un istituto tecnico agrario a Bologna, uno ad Avezzano (Aquila) e un liceo a Rimini. torna su
235 Ibid.torna su
236 Testimonianza di Ugo Caffaz, uno dei consiglieri firmatari della mozione, resa all’A. il 26 febbraio 2018. torna su